| 23 junio, 2007 |
| La Stampa |
| Posteado por MG a sábado, junio 23, 2007 0 comentario(s) | Deje su comentario aquí |
![]() ![]() Sigmund Freud (1856-1939), il fondatore della psicanalisi. Gli psicanalisti sul lettino Il "Libro nero" riattizza le eterne diatribe fra i professionisti dell’inconscio GIANCARLO DOTTO L’effetto rigenerante del nemico. L’effervescenza di questi tempi della psicoanalisi italiana si spiega anche così, la necessità di organizzare una risposta al Libro nero, spettacolare e molto mediatizzata aggressione al cuore della terapia freudiana e lacaniana. Una raccolta di saggi, uscita da noi lo scorso inverno, in cui una quarantina di killer, odiatori conclamati di Freud, tra psichiatri, ricercatori universitari, moralizzatori vari, danno il meglio o il peggio di sé, a seconda del punto di vista, per annientare agli occhi del mondo la credibilità scientifica della psicoanalisi. Freud? Un cocainomane misogino e ciarlatano. Un dilettante allo sbaraglio con una propensione al delirio. E ancora: uno Sherlock Holmes dell’anima, il cui unico merito sarebbe quello di saper ordire delle trame oscure, suggestioni anche ben raccontate ma prive di qualunque fondamento. Il transfert? Uno scaltro strumento di manipolazione per rendere l’analisi interminabile e lucrativa.Insomma, Freud e i suoi emuli, gentaccia che abusa della credulità umana, secondo i teorici che sostengono la misurabilità e di conseguenza la medicabilità del dolore. Una provocazione, la loro, ufficialmente destinata all’opinione pubblica ma che, quando esce in Francia due anni prima, strizza più di un occhio al mondo della politica per indurlo nella tentazione di considerare le terapie cognitivo-comportamentali come l’unico vangelo possibile di una «psicoanalisi di Stato», con tutti gli effetti del caso, farmacisti in prima linea. Dibattito per fortuna non riproducibile da noi dove la legge Ossicini, discutibile per altri versi, garantisce di fatto la libertà di terapia e non chiede soprattutto ai burosauri di Stato di farsi carico della sua formazione (anche se permangono, qua e là, incombenti manie di introdurre comunque dei protocolli standard). Euforici e reattivi soprattutto i lacaniani che, nel nome dell’etica della psicoanalisi, rispondono con un’opera a loro volta corale. Presentato a Roma in questi giorni, nella sua versione italiana, riveduta e corretta, l’Anti-libro nero della psicoanalisi (a cura di Jacques Alain Miller e di Antonio Di Ciaccia, Quodlibet) è la risposta articolata all’attacco dei cognitivisti. Nel volume sono raccolti sotto specie di «stoccate» 40 testi di psicoanalisti e non contro «la tenaglia dello scientismo-amministrazione» a cui si aggiungono altri contributi originali, non presenti nell’edizione francese, incluso quello dal significativo titolo «Perché tanto odio?» di Elisabeth Roudinesco. Tra sberleffo e critica puntuta, la studiosa parigina ripercorre la storia di quelli che sotto la definizione di «anglofoni e terapeuti comportamentisti» smaschera come i campioni «di una nuova scienza della normalizzazione delle coscienze che pretende di guarire i mali dell’anima in dieci sedute e senza alcuno scacco», utilizzando metodi statistici che pretendono di schedare la sofferenza, appoggiandosi sui criteri livellanti del marketing per rendere l’infelicità «compatibile con gli ingozzamenti farmacologici».Una sorta di «furor sanandi» aggregato all’infallibile terapia della felicità. Come suggerisce nel suo testo Jacques Alain-Miller, genero di Lacan e direttore del Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Parigi, che spiega come queste tecniche, apparse contemporaneamente in America (il cognitivismo) e nella russia staliniana (il pavlovismo), condividendo la ricerca della rapidità nelle cure, agiscono cavalcando la suggestione del «guarire». La contraerea lacaniana non si ferma all’Anti-libro nero. Gli effetti terapeutici rapidi in psicoanalisi, uscito in questi giorni per Borla, è il frutto di una conversazione a più voci nella quale, attraverso la discussione di casi trattati gratuitamente per un breve tempo prefissato caso per caso, si dimostra che la psicoanalisi, come ogni altra terapia, può avere degli effetti rapidi e risolutori sulla vita del soggetto, a partire dall’incandescenza della sua parola e dalla individuazione della «trappola» in cui è recluso. «Il metodo cerca nel clima di accoglimento della parola, proprio del dispositivo analitico, di sciogliere ciò che ha condotto colui che soffre ad un impasse che gli chiude l’orizzonte della vita e dalla quale cerca di uscire». Infine, sempre sul tema, il Seminario X di Jacques Lacan. Tradotto da Antonio Di Ciaccia, presidente dell’Istituto freudiano di Roma e pubblicato di recente in Italia presso Einaudi, risulta di una modernità sconcertante. Contro la pretesa medico-psichiatrica di silenziare il disagio, la psicoanalisi rivendica il tramite dell’angoscia come la bussola che ci può orientare sulle verità del soggetto. Sintomo paradigmatico del malessere contemporaneo: collassati gli apparati simbolici e ideali che forniscono riparo e protezione, il soggetto liberato dai suoi vincoli cede a sua volta, annaspa e frana in una vacuità dove non è più possibile agganciarsi alla fede e alla protezione di un padre ideale, né ad una legge fondata che funzioni da cornice. L’attacco di panico, patologia alla moda, è l’esatto paradigma che ci mostra un soggetto in una dimensione di scacco, indicibile in quanto non simbolizzabile. Non si tratta, fa capire Lacan, di tappare la falla che si è aperta nell’esistenza del soggetto, «ma di insegnargli a muoversi intorno senza caderci dentro». Allo stesso modo, la società dei gadget sembra ossessionata dalla smania di colmare ogni vuoto, lasciando il soggetto esposto all’incapacità di fare i conti con il desiderio. Ecco lo scacco, a partire dal dimostrabile concetto che c’è creazione là dove c’è mancanza. I nostri figli crescono in un apparato sociale iperprogrammato e saturo di oggetti, dove manca l’intervallo che possa sostenere il soggetto nell’attivazione del desiderio. Il farmaco diventa la soluzione prêt-à-porter per eludere ogni rapporto con il vuoto. Ecco la depressione, malattia attualissima di una società che non ce la fa più a stabilire confidenza con la perdita. Los psicoanalistas en el diván El "Libro negro" reaviva la eterna diatriba entre los profesionales del inconciente GIANCARLO DOTTO El efecto regenerador del rencor. La efervescencia del psicoanálisis italiano de estos tiempos, se despliega incluso así, la necesidad de organizar una respuesta al Libro negro, espectacular y muy mediática agresión al corazón de la terapia freudiana y lacaniana. Una colección de sabios, salió en nuestro medio el invierno pasado, entre los cuales una cuarentena de killer, aclamados enemigos de Freud, entre los cuales hay psiquiatras, investigadores universitarios, y moralizadores varios, dan lo mejor o lo peor de sí, según el punto de vista, para aniquilar ante los ojos del mundo, la credibilidad científica del psicoanálisis. ¿Freud? Un cocainómano misógino y charlatán. Un diletante aventurero, con una propensión al delirio. E incluso: un Sherlock Holmes del alma, cuyo único mérito sería el de saber urdir, a partir de la trama oscura, sugestiones incluso bien contadas pero privadas de cualquier fundamento. ¿La transferencia? Un astuto instrumento de manipulación para volver interminable y lucrativo el análisis. En suma, Freud y sus émulos, gentuza que abusa de la credulidad humana, según los teóricos que sostienen lo mensurable y en consecuencia la medicalización del dolor. Una provocación, la de ellos, oficialmente destinada a la opinión pública pero que, cuando sale en Francia, dos años antes, convoca al mundo de la política para inducirlo a la tentación de considerar la terapia cognitivo comportamental como el único evangelio posible de un “psicoanálisis de Estado”, con todos los efectos del caso, los farmacéuticos están en la primera línea. Por suerte, un debate no reproducible entre nosotros donde la ley Ossicini, discutible en otros aspectos, garantiza de hecho la libertad de terapia y no pide especialmente a los burosaurios del Estado hacerse cargo de su formación (incluso si permanecen, aquí y allá, ideas de superación para introducir de algún modo los protocolos estándar). Sobretodo eufóricos y reactivos los lacanianos que, en el nombre de la ética del psicoanálisis, responden con una obra también coral. El Anti libro negro del psicoanálisis (bajo la supervisión de Jacques-Alain Miller y de Antonio Di Caccia, Quodlibet) presentado en Roma en es día de hoy, en su versión italiana, revisada y corregida, es la respuesta articulada al ataque del cognitivismo. En el volumen se recogen bajo la forma de “estocadas” 40 textos de psicoanalistas y contra “la tenaza del cientismo gerenciador” a los cuales se agregan otras contribuciones originales, no presentes en la edición francesa, incluso aquella con el significativo título “¿Por qué tanto odio?” de Elisabeth Roudinesco. Entre disgustada y crítica aguda, la estudiosa parisina recorre la historia de aquellos que bajo la definición de “anglófonos y terapeutas comportamentales” desenmascarará como los campeones de una nueva ciencia de la normalización de la conciencia que pretende curar los males del alma en diez sesiones y sin ningún fracaso, utilizando métodos estadísticos que pretenden que se anote en un registro el sufrimiento, apoyándose en el criterio nivelador del marketing para volver la infelicidad “compatible con la tolerancia farmacológicaUna suerte de “furor sanandi” agregado a la infalible terapia de la felicidad. Como sugiere en su texto Jacques Alain-Miller, yerno de Lacan y director del Departamento de Psicoanálisis de París que muestra cómo esta técnica, difundida al mismo tiempo en América (el cognitivismo) y en la Rusia stalinista (el pavlovismo), compartiendo la búsqueda de la rapidez en la cura, actúan cabalgando la sugestión del “curar”. La defensa lacaniana no se termina con el Anti libro negro. Los efectos terapéuticos rápidos en psicoanálisis, aparecido en estos días, de la editorial Borla, es el fruto de una conversación a varias voces en la cual, a través de la discusión de los casos tratados gratuitamente por un corto tiempo estipulado caso por caso, se demuestra que el psicoanálisis, como cualquier otra terapia, puede tener efectos rápidos y resolutorios en la vida del sujeto, a partir de la emisión de su palabra y de la individualización de la “trampa” en la que está encerrado. “El método busca en el clima de recepción de la palabra, propio del dispositivo analítico, liberar aquello que ha conducido a quien sufre a un impasse que le cierra el horizonte de la vida y de lo cual busca salir”. Finalmente, siempre sobre el tema, el Seminario X de Jacques Lacan, traducido por Antonio Di Ciaccia, presidente del Instituto freudiano de Roma y publicado recientemente en Italia, editado por Einaudi, resulta de una modernidad desconcertante.Contra la pretensión médico psiquiátrica de silenciar la dificultad, el psicoanálisis reivindica la tramitación de la angustia como la brújula que puede orientar sobre la verdad del sujeto. Síntoma paradigmático del malestar contemporáneo: colapsados los aparatos simbólicos e ideales que proveen reparo y protección, el sujeto liberado de sus vínculos cede a su vez, confundido y derrumbado a una vacuidad donde no es más posible engancharse en la fe y protección de un padre ideal, ni a una ley fundada que funcione de marco. El ataque de pánico, patología de moda, es el paradigma exacto que nos muestra un sujeto en una dimensión de fracaso, indecible en cuanto no es simbolizable. No se trata, nos hace entender Lacan, de tapar la falta que se ha abierto en la existencia del sujeto, “sino de enseñarle a moverse alrededor sin caerse adentro”- Del mismo modo, la sociedad del gadget parece obsesionada con la manía de colmar cada vacío, dejando al sujeto expuesto a la incapacidad de hacer sus cuentas con el deseo. De allí la desconfianza en partir de la idea demostrable que hay creación allí donde hay falta. Nuestros hijos crecen en un aparato social hiperprogramado y saturado de objetos que activan el deseo. El fármaco se vuelve la solución prêt à porter para eludir toda relación con el vacío. De allí la depresión, enfermedad actualísima de una sociedad que no está dispuesta a tener confianza en la pérdida.Traducción: Silvia Baudini |
| 22 junio, 2007 |
| ELPBlog - ÚLTIMOS POST PUBLICADOS |
| Posteado por A.A.delaR. a viernes, junio 22, 2007 0 comentario(s) | Deje su comentario aquí |
El Psicoanálisis Lacaniano en España
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| 21 junio, 2007 |
| CHARLA DE CAFÉ - SCOOP |
| Posteado por A.A.delaR. a jueves, junio 21, 2007 0 comentario(s) | Deje su comentario aquí |
![]() CHARLA DE CAFÉ Cine y psicoanálisis 24º encuentro: Viernes 29 de Junio, 19 hs. “Scoop” (no se proyectará el film) Café Victoria Pasaje Roberto M. Ortiz 1865 (entre Quintana y Guido) Recoleta, BsAs. COORDINA Ana Meyer INVITADOS Mario Goldenberg (psicoanalista) Gonzalo Aguilar (escritor) ASESORA Marqueza Sierra Ovejero COLABORA Silvia Chichilnitzky ENTRADA LIBRE |
| XVI Jornadas Nacionales de carteles - EOL |
| Posteado por A.A.delaR. a jueves, junio 21, 2007 0 comentario(s) | Deje su comentario aquí |
![]() EOL XVI Jornadas Anuales de Carteles "Objetos y Marcas en la Época" 29 de septiembre de 2007 Córdoba |
| 20 junio, 2007 |
| SEMINARIO DEL PASE: EL PASE EN CUESTIÓN |
| Posteado por MG a miércoles, junio 20, 2007 0 comentario(s) | Deje su comentario aquí |
![]() SEMINARIO DEL PASE: EL PASE EN CUESTIÓN El Seminario del Pase en la Comunidad de Catalunya se reúne desde el comienzo del curso. A continuación encontrarán la reseña de las reuniones del mes de febrero . Estas reseñas resumen el debate y son el producto de una elaboración colectiva.Las seguiremos enviando regularmente por la lista.Queremos compartir con todos los colegas de la ELP las cuestiones que surgen, las dificultades, las preguntas alrededor de la situación del pase en la actualidad.También esperamos efectos que se manifiesten en un intercambio activo. Shula Eldar ******** El destino del Sujeto supuesto Saber en el final de análisis Isabelle Duran Elegí este tema de la transferencia en el final del análisis a raíz de la lectura que hice de dos textos del dossier: el de Jacques-Alain Miller Las paradojas del pase y el de Jeanne Favret Excusez-moi je ne faisais que passer al cual Miller se refiere. Fue al acabar este trabajo que me enteré que las próximas Jornadas de la ECF, precisamente los 6 y 7 de octubre de 2007, tienen por título: “Nuestro Sujeto supuesto Saber, sus incidencias clínicas, sus apuestas políticas. Como acaban los análisis”. El Sujeto supuesto Saber se fundamenta en el S1 y cuando se produce la caída del S1 en la cura se destruye esa ilusión del ideal. Por lo tanto, como puede ser que en el pase, el sujeto supuesto saber se encuentre restablecido? La transferencia de saber, que ya no opera en beneficio del analista, operaría en beneficio de la comunidad analítica. Para hacer el pase hay que suponer un saber a la comunidad analítica y a lo que ésta delega bajo la modalidad del jurado o de los carteles. ¿De que suposición de saber se trata, entonces, para que funcione el pase?(Hugo Freda, pag. 7 del dossier “La prdocedure de la pase” alude a esta cuestión subrayando que el destino del pase está estrechamente ligado al destino de la transferencia). Miller, en su texto “Introducción a las paradojas del pase”[1] de 1977, hace unas referencias explícitas al artículo de Jeanne Favret, recomendando incluso su lectura.Jeanne Favret llega a plantear, en una crítica feroz al pase[2], que la caída del Sujeto-supuesto-Saber sólo puede producirse verdaderamente en los análisis llamados terapéuticos, es decir en estos en los cuales no existe ningún proyecto para el analizante de convertirse en analista. Porque en el caso contrario, añade, la transferencia sólo se desplaza de la persona del analista al del jefe de la escuela. A mi entender, y sea dicho de paso, me parece que se trata aquí del testimonio de alguien que no consiguió en su análisis barrar el Otro, y que intenta hacerlo en este texto de forma salvaje. Todo su escrito esta plagado de referencias implícitas a su propia alienación, y parece ser un intento de separarse del Otro. Por ejemplo, y refiriéndose a la Escuela y al pase, habla de máquina de estrujar sujetos para convertirles en alumnos que no se autorizan a pensar por sí mismo. La Escuela y el pase serían, según ella, los responsables de no poder destituir el Otro. En su respuesta a Jeanne Favret, Miller nos recuerda primero la distinción entre el momento del pase, que llama también pase 1, con el procedimiento del pase, o pase 2, que incluye un jurado que confiere una nominación.Jeanne Favret-Saada dice que hay paradoja en el sentido que el momento del pase es el fin, la caída del SsS. Con el procedimiento se impediría este fin del SsS, se lo desplazaría sobre la Escuela y su fundador, y se eternizaría. Habría paradoja, dice, entre el principio según el cual “el analista se autoriza por sí mismo” y alienarlo en el procedimiento del pase. Sin embargo, contesta Miller que califica esta posición de anarlítica, que el analista se autorice de sí mismo no significa que haga lo que le de la gana. El “por sí mismo” del analista no es su yo sino su deseo. Además, si en el acto de fundación de su Escuela (1964) Lacan enuncia este principio según el cual el analista se autoriza de sí mismo, en su proposición de 1967 añade que “esto no excluye que la escuela garantice que un analista surge de su formación”. En 1974, en el Seminario XXI, “Los desengañados se engañan”, Clase 11, Lacan dice “que el analista se autorice de sí mismo no quiere decirlo que esté solo para decidirlo.” “Se auroriza de sí mismo y de algunos otros”. Por lo tanto, no se trata de un desplazamiento del mismo SSS que había en la transferencia analítica a la Escuela, sino de su transformación. El pase es la caída de la transferencia analítica, del trabajo de transferencia, pero es también el surgimiento de algo: es el surgimiento del trabajo[3]. Lo que cae es la causa de la represión, la causa del horror de saber que daba lugar al amor de transferencia, a la transferencia analítica. Y lo que surge, en lugar de este amor-horror al saber, es un deseo de saber que se encuentra liberado. El SsS al final de un análisis, y después de haber servido, se desvanece. Y eso es justamente lo que permite una posibilidad de creatividad para el analizado. Es algo del orden de: “no todo está escrito”. La salida de la transferencia es la salida del amor al saber, de la fascinación por un saber completo, al cual no habría nada que añadir. Eso dejaría lugar al deseo. Es el pasaje del Ideal a lo que causa. La transferencia de trabajo se diferencia de la transferencia analítica en el sentido que ya no se trata de un saber supuesto sino de un saber que hay que demostrar, y por lo tanto que exponer. Se pasa de un saber supuesto a un saber expuesto. Hay un pasar de la transferencia analítica a la transferencia de trabajo. Y, para Lacan[4], la selección por el pase no anulaba en absoluto la selección por las producciones concretas que pueden dar cuenta del pasaje del trabajo de transferencia a la transferencia de trabajo. La respuesta al interrogante inicial implica considerar que puede haber varias salidas en lo concerniente al SsS:- La salida cínica, por ejemplo, del desengañado: “no hay nada que saber, es un engaño”. Este, dice Miller, se ha identificado tan bien con el SsS que ya no lo ve, y alardea de haberlo derivado[5].- La salida del que acepta dejarse engañar, del que elige trabajar a partir de S(A barrado), a partir de su propia ignorancia y de la del Otro. Esto implica un SSS que incluye el A barrado. [1] Miller, J.-A., 1977, “Introducción a las paradojas del pase”, Ornicar?, p. 48, 49. [2] Jeanne Favret-Saada, 1977, “Excusez-moi, je ne faisais que passer”, Les temps modernes nº 371, Junio 1977, p. 2094, 2095. [3] Miller, J.-A., El banquete de los analistas, p?, capítulo: la enseñanza del psicoanálisis. [4] Miller, J.-A., 1990, Ethique et formation des analystes, Soirée de la garantie, 12 de febrero de 1990, p. 22.[5] Miller, J.-A., 1977, “Introducción a las paradojas del pase”, Ornicar?, p. 51. _____________________________________________________________________________________ |
| 19 junio, 2007 |
| Biblioteca Nacional de la República Argentina |
| Posteado por A.A.delaR. a martes, junio 19, 2007 0 comentario(s) | Deje su comentario aquí |
![]() Biblioteca Nacional de la República Argentina Terceras Jornadas sobre Literatura y Psicoanálisis: Las parejas, el Eros y el poder Desvíos, encuentros y pasiones "El relato en escena tiene el sabor de lo vivido. Los escritores y psicoanalistas convocados han leído un corpus de autores que empezaron a publicar a fines de los sesenta. La ficción ofrece la ventaja del embozo donando intervalos de captura de los que indudablemente hemos sido testigos. La propuesta es hurgar en los escondites del poder a través de la lucha sexual, en caída libre o con legalismos de primavera burguesa: “Mi apellido es una forma de decir, desde que nací tengo el de un varón”. Y en el intervalo, quien cambia de marca ¿se inmuniza? El fantasma es al sujeto lo que el poder al cuerpo social, lo más oculto. Instancias del prohibir, el permitir; condiciones más y menos hostiles. El ansia libidinal y su articulación jurídica. ¿Para qué sirven las parejas? ¿Cuáles son los obstáculos del dominio? ¿Cómo funciona el sí en el no de la proporción sexual? ¿Existe poder fuera de? Fuera del melodrama de la pareja “retro”, fuera de sincronía con la escena cosmética. Es importante pensar en la resistencia que ejercen éstos y otros cuerpos textuales; el desafío que supone inventar una estética refractaria, en vías de disolución jerárquica." Liliana Heer Sábado 30 de junio de 2007 12 hs Presentación a cargo de Liliana Heer y Horacio González 12.30 hs Angélica Gorodischer: Tumba de jaguares - Juan José Saer: En la zona Amalia Sato / Gloria LenardónAlejandra Eidelberg / Luis Tudanca Articula: Nora Domínguez 15 hs Luisa Valenzuela: Cambio de armas - Nicolás Peyceré: La explicación María Malusardi / Diego Bentivegnia María Pirrone / Verónica Carbone Articula: Silvio Mattoni 17 hsTununa Mercado: Canon de alcoba - Luis Gusmán: En el corazón de junioAndrea Ostrov / Antonio OviedoCarlos Gustavo Motta / Diana Chorne Articula: Silvia Hopenhayn Domingo 1 de julio de 2007 12 hs María Moreno: El affaire Skeffington - Germán García: Nanina Mónica Sifrim / Adrián Cangi Vera Gorali / Gustavo Dessal Articula: Américo Cristófalo 15 hs Ricardo Piglia: La ciudad ausente - Sylvia Molloy: En breve cárcelAlejandra Correa/ Víctor Redondo Jorge Chamorro / Silvia BonziniArticula: Adriana Pérsico 17 hs Plenario: Enjambres erótico/políticos en la literatura argentina.Graciela Musachi, María Pía López, Silvio Mattoni, Horacio González Entrada libre y gratuita Inscripción: autopistasdelapalabra@gmail.com - Se entregan certificados de asistencia Biblioteca Nacional: Auditorio “Jorge Luis Borges” Agüero 2502 - C.A. Buenos Aires Dirección: Liliana Heer y Arturo Frydman Coordina: Ana Quiroga Auspician: Biblioteca Nacional - Sociedad de Escritoras y Escritores de la Argentina - Escuela de la Orientación Lacaniana - Instituto de Literatura Argentina "Ricardo Rojas", Facultad de Filosofía y Letras, UBA - Fundación Descartes - Fundación El Libro - Centro Cultural de España - Embajada de México - Embajada de Canadá - Embajada de Ecuador - Alción Editora - Grupo Editor Latinoamericano - Bajo la luna editorial - Editorial Catálogos - Editorial Norma - Editorial Planeta - Paradiso Ediciones - La mujer de mi vidaDeclaradas de Interés Cultural por el Honorable Senado de la Provincia de Buenos Aires en 2005 |
| Escola Brasileira de Psicanálise - O que já não surpreende mais |
| Posteado por A.A.delaR. a martes, junio 19, 2007 0 comentario(s) | Deje su comentario aquí |
Dia 22 de Junho: O que já não surpreende mais Apresentação dos laboratórios: - Nonada - responsável: Cristiane Barreto - Língua Viva - responsável: Ludmilla Feres Faria - Novas Formas de violência - responsável: Catarina Angélica Coordenação: Maria Rita Guimarães Local: Auditório da Secretaria Municipal de Saúde Avenida Afonso Pena, PBH/ 14ºandar Responsáveis CIEN-BH: Cristiana Pittella de Mattos, Cristiane Barreto, Ludmilla Feres Faria, Maria Rita Guimarães Apoio: Escola Brasileira de Psicanálise - MG, Instituto de Psicanálise e Saúde Mental de Minas Gerais, Coordenação de Saúde Mental /PBH e Secretaria de Estado de Defesa Social. |
| 18 junio, 2007 |
| 6º Congreso de la AMP 2008 |
| Posteado por MG a lunes, junio 18, 2007 0 comentario(s) | Deje su comentario aquí |
![]() Noche del 13 de junio de 2007 RESEÑA La apertura de esta segunda noche “Fuera de serie” preparatoria hacia el 6º Congreso Internacional, estuvo a cargo de Diana Wolodarsky, quien presentó a Graciela Brodsky y Jorge Chamorro como invitados. En este encuentro tomarán como referencia la conferencia de Eric Laurent en la Biblioteca Nacional y harán sus aportes a la cuestión que nos convoca “Los objetos a en la experiencia psicoanalítica”. Brodsky da comienzo a su exposición aclarando el origen del término Comité de Acción, producto del mayo francés, y anunciando su presentación dividida en dos partes. La primer cuestión es señalar que Eric Laurent toma la idea de J. Miller acerca de las cuatro formas del objeto a: el objeto a natural, el objeto a en la cultura, el objeto a en la sublimación, el objeto a como causa de deseo articulado al deseo del analista. Laurent, dirá Brodsky, se centra en el objeto a en la civilización, y como el a se relaciona a la proliferación de gadgets desembocando en la practica de un hedonismo donde el resultado es un autismo de goce que disuelve el lazo social. Así el sujeto amarrado al gadget objeto de goce se recluye en el goce autista y se separa del Otro. Este es el centro del argumento sociológico contemporáneo. Laurent, prosigue Brodsky, y aquí se marca el interesante hallazgo que el autor de la conferencia realiza, ataca esta idea acerca del hedonismo, que antes se llamo narcisismo. El dirá “El autismo del goce es un sueño, no hay hedonismo en la civilización ya que esto supondría un triunfo del principio del placer un calculo bien logrado del principio del placer, y mas bien lo que la civilización pone de relieve son los limites de esta homeostasis”. Entonces no hay tal homeostasis, lo que hay son límites y estos son: la vertiente del amor y la vertiente de la pulsión de muerte. Con respecto a la pulsión de muerte Laurent toma en su conferencia varios temas: A) Las adicciones señalando que nada lleva al sujeto mas allá del principio del placer que la adicción por que se empieza del lado de la adicción y pide mas, y en este pedir mas Laurent ubica la pulsión de muerte., aquí el objeto es oral. B) El cuerpo, el cuerpo fragmentado. C) El objeto anal, predominante en la civilización de la acumulación, donde se acumulan imágenes, la voz etc. D) Reflexiones sobre lo uno y lo múltiple, en este sentido el significante Amo en la actualidad es la unidad, por otro lado la promoción de lo múltiple y finalmente la marcación que hace Laurent con respecto a que está la igualdad, lo múltiple y el objeto a, y comenta que no hay como representarse ni como uno ni como múltiple en el campo del Otro, ya que lo que tenemos es el cuerpo para inscribirnos en el campo del Otro. Finalmente Brodsky señala lo que para ella es lo mas notable en esta conferencia y con esto su intención es ponerlo al debate. Las diferentes figuras del objeto a nos muestran que el a lejos de ser un peligro para el lazo social, una amenaza, es el fundamento del lazo social. Existen dos modalidades, el amor y la pulsión de muerte, según las cuales con este objeto de goce reanudamos el lazo con el Otro, esto pone en cuestión la idea del goce autista. Pero quizás no sea lo mismo el autismo de goce que la relación con el objeto a. Jorge Chamorro. Nos plantea de entrada lo que será el centro de su exposición, un interrogante acerca del desarrollo que se hace del tema de nuestra práctica del psicoanálisis y nuestro partenaire, la civilización, en la conferencia de Laurent. Ya que el uso de los conceptos del psicoanálisis no es tan evidente cuando pasan a la civilización. La interrogación de Chamorro se encuentra a la altura del matema del plus de goce. Comienza entonces a desarrollar esto acerca de la frase de Laurent “El objeto a velado aparece ahora como tirano”, Laurent, comenta Chamorro, habla de un desvelamiento del a. Si tomamos el seminario de la angustia allí el a esta velado por la castración imaginaria, el a en tanto velado será causa de deseo. Ahora Laurent nos advierte sobre el develamiento en tres momentos, nos dirá Chamorro. 1) se levanta el develamiento del objeto en la angustia a medias, el develamiento del objeto a es la forma de objeto que atraviesa lo imaginario y es el objeto de goce, se pone en el lugar de la falta de la falta. 2) Aparece en la alucinación verbal, no esta velado aquí el objeto, el objeto a voz que tiene que estar mudo esta enganchado al goce que lo hace hablar. 3) Acting out, positivización del a en la escena. Entonces la pregunta es: ¿Qué quiere decir que en la cultura se levante el velamiento y aparezca el objeto. Cual es el rasgo de ese levantamiento del velamiento? Laurent pone en el lugar del objeto de goce el plus de goce. Para Chamorro para que haya plus de goce tiene que haber castración de goce en general. Laurent sin embargo ubica al plus de goce con dos caras, una es la cara pulsión de muerte, y aquí articula la pulsión de muerte como pulsión de destrucción, como goce no castrado. Ahora entonces dirá Chamorro “se me desarmo el matema”, ya que si el plus de goce se articula a la destrucción no puede leerse como goce elaborado. Eric plantea en este sentido que el capitalismo actualiza un plus de goce que produce dos vertientes, pulsión de muerte es una, en esta dirección, fundamentalismo religioso, guerrillas, etc. Chamorro prosigue con su pregunta que si esto es así, ¿cómo se puede pensar el plus de goce permitiendo hacer lazo social? Finalmente. Como podemos pensar desde el texto, la relación entre plus de goce y pulsión de muerte es su aspecto estrago de goce. Luego de estas dos interesantes exposiciones se abrió en la noche un debate cuyos puntos fundamentales fueron Plus de goce, lo que hace lazo “partenaire síntoma” o lo que llevaría a la destrucción. Si el funcionamiento del plus de goce es, en el discurso capitalista, donde no están funcionando los efectos de la castración no habría contradicción entre plus de goce y pulsión de muerte. Pensar al objeto a por la vía del discurso, y el autismo de goce por la vía del falso discurso del capitalismo. El plus de goce puede estar como taponamiento del vacío, o a distancia del vacío. Pensar el plus de goce y la falta. Etc. Este es el resultado de una noche donde se escucharon dos presentaciones polémicas y estimulantes que nos plantean el porvenir del seminario que seguramente proseguirá con este nivel de producción y discusión. Silvia García. |
| 17 junio, 2007 |
| NLS - London |
| Posteado por MG a domingo, junio 17, 2007 0 comentario(s) | Deje su comentario aquí |
Conference of the London Society of NLS London 23rd of june 2007 THE LONDON SOCIETY OF THE NEW LACANIAN SCHOOL CONFERENCE 120 Belsize Lane London NW3 5BA "The State, Science and the Discourse of Psychoanalysis: Against the Commodification of (Un) Happiness" Saturday, 23rd of June 2007 Registration: 9.30 am Speakers: 10am – 4pm Gustavo Dessal Richard Klein Roger Litten Alan Rowan Veronique Voruz Bogdan Wolf *** Round Table Discussion: 4pm - 5:30pm** “The Future of the Talking Therapies in Contemporary Society” The day will close with a wine reception: 5:30pm - 6:30pm The admission fee is £40 (£30 concessions) including coffee and snack lunch. ___________________ The State, Science and the Discourse of Psychoanalysis: Against the Commodification of (Un) Happiness From its beginning psychoanalysis has been entangled in a complex relation with both science and religion. For Freud psychoanalysis was a science, as he submitted his new method to the old scientific requirements of inquiry and proof. In his early work especially, Freud’s position was on a par with that of the scientist, as he took the statements of his patients as a proof of another stratum in the psychical apparatus. But if this led him to the discovery of the unconscious, it was no longer possible for Freud from thereon to subject the unconscious to scientific scrutiny, as there was no room in it for contradiction. The question and the place of science as adjacent to the psychoanalytic truth concerned Lacan all the more, and Popper’s denouncement of psychoanalysis as failing the test of science, namely that of verifiability, contributed to this discourse. What would be the science, Lacan asked, in which psychoanalysis could be included? With the development of neurosciences, and the growing fetishisation of the brain, the place of the subject remains marginalised. Science’s search for the real as such nevertheless remains linked to knowledge. On the other hand, this unconditional pursuit of the real knowledge prompts science to give a proof of what in the domain of religion remains as a contingency of faith, namely the existence of God. Once science could postulate to achieve that, and demonstrate the existence of a factor, whether a brain cell or a gene, that ‘realises’ what a religious believer believes in, then science and religion would converge into one. Against these ambitions, which situate a strand of scientific search on the delusional path where the symbolic order, namely that which constitutes a specific and unique condition for each and everyone to speak, is excluded, Lacan spoke of the discourse of science. He took as a starting point a construction of discourse – as elaborated in the recently published Seminar XVII: The Other Side of Psychoanalysis – namely a bond between speaking beings where repression takes place of contradiction and the truth of addressing an other that of verbatim evidence. With four modalities for the subject to address the Other, Lacan showed that there is a link between the discourse of the hysteric and that of science, the difference being that science forecloses the subject as the agent of wanting to know. While the superego continues to command: keep on knowing, science has no need for anybody to be present to know. With a regulation of psychoanalysis, and talking cures in general, in the offing, and with the ongoing desubjectivisation of the discourse of science, another agency emerged in the post-modern democracy, namely that of the State. At the level of the subject, science found an ally in the state as an agent to regulate and redistribute all ills and happinesses under the roof of the ideal. On the other hand, the all-seeing agency of the state appears as an heir of the divine attribute that once made God capable of seeing all without being seen. The secularisation of the power of religion, on the one hand, and the universalisation of science as foreclosing the subjective responsibility, on the other, seem to have given the agency of the state a new impetus of all-knowing perversion. Following Lacan’s formulations of the four discourses, we can now ask how to write the logical co-ordinates of the agency of the state. Has the state, whether in democratic or totalitarian form, become another instrument of opposition to the absolute difference and particularity of the subject as it addresses the desire of the Other? Or is the state a specific modality of the discourse of the master, which is the discourse of the unconscious that pushes its power of acting to that of the exception? These are some of the problems and questions we propose to raise in the course of the presentations, discussion and roundtable debate that will animate the day of work. Bogdan Wolf E-mail: Secretary@LondonSociety-nls.org.uk ___________________ ESPAÑOL El Estado, la Ciencia y el Discurso del Psicoanálisis: En contra del Acomodamiento de la (In)Felicidad Desde sus comienzos, el psicoanálisis se ha entrampado en una compleja relación con la ciencia y la religión. Para Freud, el psicoanálisis era una ciencia, mientras sometiera su nuevo método a los viejos requerimientos científicos de cuestionamiento y prueba. Durante la temprana época de su trabajo, especialmente, la posición de Freud era aquella del científico, en la medida en que tomaba la afirmación del paciente como una prueba de otro estrato del aparato psíquico. Pero si esto lo llevó al descubrimiento del inconsciente, desde ese momento ya no era posible para Freud someter el inconsciente al escrutinio científico, en la medida en que no había lugar allí para la contradicción. La pregunta y el lugar de la ciencia, como adyacente a la verdad del psicoanálisis interesó de manera importante a Lacan, y la denuncia que Popper hizo referida al psicoanálisis, en el sentido de fallar a la prueba de la ciencia, especialmente aquella de la comprobación, contribuyó a este discurso. ¿Cuál sería la ciencia, preguntó Lacan, en que el psicoanálisis podría ser incluido? Con el desarrollo de las neurociencias, y la creciente fetichización del cerebro, el lugar del sujeto queda al margen. La búsqueda que la ciencia hace del real como tal permanece articulada al conocimiento. De otro lado, esta búsqueda incondicional del conocimiento real empuja a la ciencia a dar una prueba de aquello que en el dominio de la religión queda como contingencia de la fe, especialmente la existencia de Dios. Una vez que la ciencia pueda ser candidata a lograr esto, y demostrar la existencia de un factor, ya sea una célula del cerebro o un gen, que “haga real” (“realises”) aquello en lo que un religioso creyente cree, entonces la ciencia y la religión convergerán en uno. En contra de estas ambiciones, que sitúan una rama de la búsqueda de la ciencia en el ilusorio camino en que el orden simbólico, ese que constituye una específica y única condición para que cada quien y todos hablen, es excluido, Lacan habló del discurso de la ciencia. El tomó como punto de partida una construcción del discurso – como fue elaborado en el recientemente publicado Seminario XVII: El Reverso del Psicoanálisis – fundamentalmente una manera de lazo entre los seres parlantes, en donde la represión toma lugar a partir de la contradicción, y la verdad se dirige a otro lugar que la evidencia encontrada en la reproducción exacta (verbatim). Con cuatro modalidades en que el sujeto se dirige al Otro, Lacan mostró que hay una conexión entre el discurso de la histeria y aquel de la ciencia, la diferencia es que el de la ciencia forcluye al sujeto como agente del deseo de saber. Mientras, el superyó continúa comandando: sigue sabiendo, la ciencia no tiene necesidad de que alguien esté presente para saber. Con la regulación del psicoanálisis, las curas por la palabra en general, en el horizonte, y con la creciente des-subjetivación del discurso de la ciencia, otro agente emerge en la democracia posmoderna, principalmente aquel del Estado. En este nivel del sujeto, la ciencia encontró un aliado en el estado como agente para regular y redistribuir todos los dolores y felicidades bajo el cielo del ideal. De otro lado, el agente del estado que siempre-mira (todo-lo-ve) aparece como un heredero del atributo divino que una vez hizo a Dios capaz de ver todo sin ser visto. La secularización del poder de la religión, de un lado, y la universalización del la ciencia al forcluir la responsabilidad subjetiva, del otro, parece haber dado a la agencia del estado un ímpetu nuevo de sabelo-todo perverso. Siguiendo la fórmula de Lacan de los cuatro discursos, podemos ahora preguntarnos cómo escribir las coordenadas lógicas de la agencia del estado. ¿Es que el estado, bajo su forma democrática o totalitaria, se ha convertido en otro instrumento de oposición a la absoluta diferencia y particularidad del sujeto en la medida en que dirige el deseo del Otro? ¿O es que el estado constituye una modalidad del discurso del amo, que es el discurso del inconsciente, que empuja su poder de acción hacia la excepción? Estos son algunos de los problemas y preguntas que nos proponemos platear en el curso de las presentaciones, discusiones y debate en mesas redondas, que animarán el día de trabajo. Bogdan Wolf E-mail: Secretary@LondonSociety-nls.org.uk Traducción: A.A.delaR. |











