23 de septiembre de 2014

Note sull'Osservatorio: “Incidenze del segregazionismo contemporaneo”, di Maurizio Mazzotti


Una condizione di struttura 

Ciò che Freud chiamava autoerotismo, riferendosi all'incidenza della soddisfazione pulsionale, con Lacan si è ancora più radicalizzato. Non solo è "godimento dell'idiota" ma dimensione "non umanistica", per riprendere le parole di J.-A.Miller (Vita di Lacan), del nostro nucleo oscuro, maligno, non condivisibile, del legame di godimento tra la lingua e il corpo. La solitudine del soggetto, è dunque correlativa alla sua malvagità in relazione al godimento.

Guardando da questa precisa angolatura si coglie una condizione di struttura di un segregazionismo pulsionale. Questo fattore reale, introdotto dal discorso analitico, è ciò che resta estraneo alle riflessioni antropologiche e sociologiche, anche le più avvertite, sull'espansione di fenomeni segregativi nell'attuale stato della civiltà contemporanea.

Il tratto saliente di un paradosso e la convergenza con la psicoanalisi

L'ascesa allo zenith dell'oggetto a in seno alla struttura agente dell'ipercapitalismo contemporaneo ha, paradossalmente, globalizzato il segregazionismo del godimento. La soggettività che attualmente trova la sua bussola nell'oggetto del prodotto tecno industriale contemporaneo, fu definita da Lacan, in Televisione, una soggettività in disorientamento quanto al godimento, definizione che già allora metteva ben in evidenza che tale disorientamento è ciò che resta, quanto del declino e/o evaporazione del padre (concetto che, detto per inciso, oggi ha il suo momento di gloria cultural mediatica).

Prendere l'oggetto a come bussola, (J.-A.Miller - Una fantasia), non è senza conseguenze sul soggetto, nella misura in cui l'oggetto a per struttura non ha misura, è in eccesso, non è regolato, nè contabilizzabile. Prenderlo come bussola quindi non significa affatto regolarsi, equilibrarsi, pacificarsi ma, paradossalmente, proprio scombussolarsi.

Il soggetto ne risulta quindi scombussolato, e questo è esattamente l'effetto di fondo dell'elevazione universalistica o globalizzante del segregazionismo del godimento messo in atto dalla spinta inarrestabile del combinato disposto di capitalismo e tecnica.

Rispetto a questo paradosso al cui centro troviamo il disorientamento e la solitudine della soggettività universalizzata della civiltà contemporanea, la psicoanalisi ha la possibilità di posizionarsi in modo speciale in virtù del fatto che questa civiltà, che eleva l'oggetto allo zenith e lo pone in posizione di agente, non è più il rovescio della psicoanalisi. Oggi tra la psicoanalisi e gli elementi di fondo che compongono quel che potrebbe essere il "discorso" capitalistico, c'è " convergenza" (J.-A.Miller – Una fantasia) il che apre l'interrogativo di come la psicoanalisi, dal momento che essa non è più il rovescio della civiltà contemporanea, possa reggere il colpo e prendere posizione in relazione a questo mutamento radicale.

Questa convergenza, infatti, potrebbe togliere valore 'sovversivo' al discorso analitico, riassorbendone il vomere tagliente della sua verità, ma al contempo, questa stessa convergenza, può dar più peso al discorso analitico, non solo perchè la psicoanalisi isola al suo interno, nella pratica al singolare, il reale del godimento non umanista di ciascuno, ma anche perchè, nel legame associativo, essa non è orientata dal segregazionismo dell'identificazione (vedi dopo). Ed è questo il nostro punto di forza qualificante.

La differenziazione segregativa in atto nel sociale

La risorgenza del 'razzismo' che oggi si accompagna sempre di più alla spinta universalistica di capitalismo e scienza è stata portata alla nostra attenzione da Lacan già alla fine degli anni sessanta del secolo scorso, non senza che questo apparisse sorprendente. Ora non lo è più.

L'avvenire dei mercati comuni si è realizzato nel campo concentrazionario del mercato e della soggettività universalizzata dalla scienza, e il razzismo ha ripreso vigore segnalandosi come il sintomo maggiore di un segregazionismo reattivo ma radicale, rispetto al quale gli appelli all'umanità e alla fratellanza generale non hanno prodotto alcun effetto. E' una constatazione, che poteva essere prevedibile.

Un conto infatti, come notava J.-A.Miller ( corso 1985-86 - Extimitè ), è riconoscersi fratelli nella scienza, negli apporti spirituali che le diverse culture danno ad una civiltà che possa raccoglierle, un conto è riconoscersi fratelli nel godimento, che nel suo fondo non è condivisibile, è segregativo, poco umanista.

Se il razzismo rappresenta il segnale più forte di un segregazionismo sintomatico di disagio sociale, che ci porta ben oltre il narcisismo delle piccole differenze, cioè direttamente all'odio verso l'arrangiarsi dell' altro con il proprio godimento ( A. Leserre –Segregazione- in Scilicet VIII), molti altri fenomeni oggi si presentano sulla scena sociale, ugualmente espressione di processi segregativi. Si tratta a volte di fenomeni non di grande entità, piuttosto minimi ma significativi nella loro composizione. Essi sembrano rivelare quella "differenziazione", di cui parlava Levi-Strauss (Razza e cultura), che si produce in seno ad una cultura come conseguenza dell'ampliamento comunitario della stessa. 

Ma, mentre nella riflessione levistraussiana, questa differenziazione appariva come la risposta difensiva rispetto alla indistinzione cui possono andare incontro tratti altrimenti indispensabili per il mantenimento di una carattere 'originale' della cultura stessa, oggi la differenziazione verte attorno a fenomeni segregativi, anche piccoli, ma molteplici e producentesi in differenti registri della vita sociale. Per esempio voglio ricordare che Sorrentino, il regista italiano che ha vinto l' Oscar per il film "La grande bellezza", ha dichiarato in un'intervista ad un noto quotidiano italiano di essere stato oggetto di una esclusione per l'acquisto di un appartamento a NewYork da parte di un'associazione di condomini, che ha esercitato in negativo la clausola di gradimento con cui si pone veto o non a chi acquista un appartamento nel condominio medesimo. Oppure, come ricordava Nathalie Jaudel (Esclusione –Scilicet IX), assistiamo alla creazione di istituzioni educative o di insegnamento che prevedono solo corpo insegnate gay, personale amministrativo gay, studenti gay. O ancora vediamo l'isolamento inaggirabile dei diversi gruppi culturali e linguistici nella grande aere metropolitane, ora oggetto di studi sociali nella misura in cui questo segregazionismo mette in scacco anni di politiche, che conseguenti costi rivelanti per lo stato, rivolte a favorire l'integrazione e risultate fallimentari de facto.

Nell’espansione del segregazionismo contemporaneo prendono dunque posto sia i più noti modi di difesa di uno stile di legame culturale che fa ‘razza’ di godimento a sé, sia le nuove differenziazioni segregative in atto nel sociale in forme più minute e localizzate. Alla radice di entrambi questi aspetti troviamo quell’identificazione segregativa di cui Eric Laurent (Racisme 2.0) ha molto precisamente indicato la struttura: un’identificazione al rifiuto del non sapere, dell’ignoranza sul come e il cosa del nostro rapporto al godimento. Un’identificazione a ciò che non si è, un’identificazione al non come l’altro del cui godimento si ha orrore. Un’identificazione segregativa nella misura in cui rigetta il non sapere radicale sul godimento, che esprime la faglia di una designazione del reale del godimento ad opera del linguaggio.

Questa definizione di Laurent marca altresì uno sviluppo ed una differenza ad un tempo rispetto alla definizione che già C.Levi-Strauss aveva dato (Razza e storia) dell’identificazione segregativa, come identificazione che in fondo, paradossalmente, annulla le differenze proprio perché è identificazione all’altro che si rifiuta.

Il rilievo clinico del tratto segregazionista del godimento

Il segregazionismo del godimento nella forma paradossale datagli dall’ascesa allo zenith dell’oggetto a è già da tempo un fenomeno rilevante socialmente attraverso quelli che sono stati chiamati ‘nuovi sintomi’, specialmente definiti dalla dipendenza e dal cortocircuitare l’inconscio. Dunque ostici in prima istanza a quel ‘voler sapere’ che interroga ciò che fa enigma con cui una domanda, classicamente, diventa ‘analitica’.

Nella clinica di questi nuovi sintomi ritroviamo sia gli oggetti pulsionali freudiani, l’orale delle dipendenze alimentari e da sostanze, l’anale delle posizioni di scarto, che fissano isolamenti radicali autoescludentesi dal circuito degli scambi (vedi gli Hikikomori ora non più solo giapponesi ma anche presenti negli USA), sia gli oggetti pulsionali lacaniani, lo sguardo e la voce del segregazionismo sviluppato attorno ai gadget tecnologici.

Dimensioni cliniche che hanno la caratteristica di assurgere a problema generale, ad ‘allarmare’ sul piano sociale. Infatti intrecciano la spinta di fondo data dall’ascesi irresistibile dell’oggetto con l’identificazione segregativa rifiutante. E, non a caso, questi fenomeni trovano un’ eco proprio nel moltiplicarsi delle etichette psicopatologiche sul piano diagnostico, dove la disgregazione segregativa sociale si riflette in un segregazionismo diagnostico (V. Palomera – Razzismo dei discorsi- VIII Congresso AMP ).

L’apporto del discorso psicoanalitico

Il ventaglio e la diffusione di fenomeni segregativi interroga la psicoanalisi nella misura in cui in essa si delinea invece un discorso non segregativo.

La psicoanalisi da un lato isola e riconosce ciò sfugge agli altri discorsi, cioè l’incidenza del godimento e la pulsionalità non umanistica dell’essere parlante, ma da un altro lato non produce un’identificazione segregativa, generatrice di una ‘razza’ di godimento in lotta con le altre ‘razze’ di godimento.

La psicoanalisi disattiva il segregazionismo del godimento, perché non ne ontologizza un essere, condizione quest’ultima del suo collettivizzarsi, al contrario, attraverso la sua pratica al singolare, la psicoanalisi decompleta per ciascuno il rapporto tra godimento ed essere, nel rilievo dato alla inesistenza dell’Altro che se ne possa fare garante.

Sulla base di questa esperienza radicale ed unica il discorso analitico, sia attraverso la sua riflessione teorica sia attraverso i risultati della sua pratica clinica, può contrastare le incidenze di disagio sempre maggiori di quel segregazionismo che attraversa la civiltà attuale, quasi ne fosse un nome del suo destino.

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