15 de mayo de 2007

L’etica della psicoanalisi e le impasses idealizzate del tempo presente




L’etica della psicoanalisi e le impasses idealizzate del tempo presente.
Carmelo Licitra Rosa


Nel novembre del 1959 Jacques Lacan denunciava i tre ideali che in quel periodo informavano la pratica analitica: l’ideale dell’amore umano, l’ideale dell’autenticità e l’ideale della non-dipendenza o, più esattamente, di una sorta di profilassi della dipendenza[1]. In essi non si fatica a ravvisare tre ideali importati integralmente da quello che potremmo definire il coacervo dei pregiudizi culturali imperanti, che condizionano e permeano il comune sentire di un’epoca.
1. L’ideale dell’amore umano poggia sulla credenza in un grado di completezza della vita amorosa, caratterizzato dall’armonia e dall’equilibrio fra tutte le componenti della relazione, ovvero fra affetto, attrazione e soddisfazione. Approssimarsi a questo ideale, in cui la gran parte degli psicoanalisti riconosceva il traguardo della maturazione libidica dell’individuo, costituiva la meta di una cura analitica, chiamata a portare a compimento il processo di evoluzione della libido, arrestatosi, per le più svariate vicissitudini, nelle secche di qualcuno degli stadi pre-genitali.
Ma questo paradiso dell’amore, luogo unico della perfetta soddisfazione, che nella doxa psicoanalitica veniva anche designato come amore genitale, e che Lacan chiosava con gli ironici appellativi di “amore medico” e di “igiene dell’amore”[2], è vistosamente contraddetto dall’esperienza di sempre, sia dall’esperienza umana in senso lato che dall’esperienza psicoanalitica in senso stretto.
Di fatto, il tema dell’amore e del rapporto fra i sessi è stato, senza timore di esagerare, il principale cimento di tutte le civiltà e di tutte le culture. Con esso si sono misurati pensatori e moralisti, senza mai riuscire a proferire la parola ultima; ad esso si sono ispirati letterati ed artisti, fino a far vibrare le corde più alte della sensibilità e della creatività, ma senza che per questo il mistero dell’incontro fra i sessi fosse stato diradato, o anche solo minimamente illuminato. Uomini di legge e ministri del culto hanno cercato di regolamentarlo tramite riti, costumi e usanze; saggi e mistagoghi hanno provato a giustificarlo elaborando teorie e promuovendo pratiche iniziatiche. E deve trattarsi di un punto veramente incontornabile se è vero che, stando perlomeno ai sondaggi, al giorno d’oggi le rubriche dedicate ai problemi sentimentali costituiscono uno dei principali richiami per un lettore che sfoglia riviste o rotocalchi. In breve, è proprio perché al cuore del rapporto fra i sessi c’è qualcosa di irrimediabilmente beante che tutti sono spinti ad occuparsene, ad interessarsene, nel tentativo evidente di costruire, o più semplicemente di cogliere, un artificio di congiunzione che venga al posto di una faglia insuperabile di disgiunzione.
Dinanzi alla densa opacità di questo enigma, contro cui hanno cozzato e continuano a cozzare gli sforzi dell’uomo, la pretesa della psicoanalisi, con l’ottimismo moraleggiante che trasuda dalla teoria dello sviluppo libidico, appariva e appare decisamente risibile. Malgrado la distanza temporale ed il carattere apparentemente desueto di tali discorsi, bisogna saperne cogliere l’attinenza con la più viva attualità. Dopo la morte di Freud, gli psicoanalisti dell’IPA avevano messo a punto una teoria destinata a divenire il principale riferimento nella clinica e nella dottrina. Si trattava della sopramenzionata teoria degli stadi libidici che, muovendo dalle premesse freudiane dei Tre saggi e arricchendosi del contributo determinante dell’opera di Karl Abraham, proponeva una concezione dello sviluppo della libido - concetto forgiato da Freud - in chiave marcatamente evolutiva. Solo un’evoluzione libidica che fosse giunta al suo termine ultimo assicurerebbe l’effettiva normalità della posizione libidico-affettiva dell’individuo adulto, laddove gli inciampi e gli arresti su tappe intermedie preluderebbero a posizioni più o meno patologiche. La prova della normalità psichica (!) sarebbe dunque la capacità di instaurare e mantenere relazioni stabili, mentre al contrario l’instabilità affettiva sarebbe un segno eloquente di patologia. Di conseguenza, una cura psicoanalitica, in quanto intesa a portare a termine un’evoluzione libidica incompiuta, dovrebbe perciò essere capace di trasformare una persona, traghettandola dall’instabilità alla stabilità affettiva e relazionale; e viceversa, il raggiungimento di tale traguardo sarebbe il più verace indicatore della buon riuscita di una cura psicoanalitica.
Come non riconoscere in tali concezioni la riesumazione di un ottuso e sclerotico moralismo, intriso per di più di ottimismo ingenuo e del discutibile pregiudizio del primato dell’unione monogamica eterosessuale? Beninteso, non si tratta certo, per Lacan come per noi, di screditare la dignità dell’unione monogamica eterosessuale, e neppure di negare che un percorso analitico possa comportare concrete conseguenze in direzione di una maggiore stabilità nel campo affettivo, ma solamente di sorridere del semplicismo di una visione del mondo e delle cose che ragiona in termini di deviazioni da correggere rispetto ad un presunto ordine di normalità, visione che finisce per apparire sempre più infondata e pencolante alla luce della complessità e della sensibilità culturale odierna. La psicoanalisi in realtà ha poco da dire su come migliorare o ottimizzare il rapporto fra i sessi, come testimonia il fatto che, da quando ha fatto capolino sulla scena della cultura europea, non è stata in grado di inventare una nuova erotica: nessun aggiornamento del kamasutra è stato approntato, attingendo alle suggestioni e alle risorse che da essa si sarebbero potute ricavare. È questo un ritornello che ricorre con insistenza nell’insegnamento di Lacan: la psicoanalisi non è stata capace di produrre nessun nuovo manuale sull’eros, a riprova che essa, a dispetto di quanto lasciano intendere i suoi imprudenti teorici, non detiene un sapere sul rapporto fra i sessi, un sapere che indichi il cammino sicuro verso il partner, un sapere cioè che prometta, se non nella mistificazione, di tracciare le vie per una convivenza fra i sessi soddisfacente e armoniosa.
Del resto neanche Freud aveva mai preteso tanto. Secondo la testimonianza autorevole di Ernst Jones, che a sua volta l’avrebbe raccolta da un diretto confidente di Freud, il maestro, sul finire della sua vita, era tormentato da un interrogativo – credo noto ai più - che sembra chiosare, alla stregua di un residuo irriducibile, tutto il suo edificio teorico: Che cosa vuole una donna? Tale interrogativo rinvia ad un punto oscuro che fa macchia dentro la sua elaborazione sulla sessualità nell’inconscio, impedendole per l’appunto di diventare un sapere esaustivo, conclusus, in grado cioè di fungere da guida indefettibile nel rapporto col partner. Questo buco teorico, qui manifesto come interrogazione sulla femminilità, va considerato come qualcosa di essenziale, di cruciale nell’esperienza psicoanalitica. Da qui il richiamo rivolto agli storici di non precipitarsi ad annegare le perplessità freudiane sulla femminilità sotto le coordinate storico-culturali dell’epoca: in altre parole, Lacan mette in guardia contro la tentazione di ricondurre la genesi di tale conturbante interrogativo freudiano all’influenza del contesto culturale ibseniano, marcato dall’emergenza imperiosa della questione femminile; riferimento questo certamente non abusivo, ma assolutamente insufficiente, e che sminuirebbe, o addirittura distorcerebbe, la portata e il peso di questa sorta di smarrimento confessato da Freud.
Dunque, in sintesi, quello dell’amore umano è un ideale tanto caldeggiato quanto costantemente smentito dall’esperienza e dagli stessi fondamenti della psicoanalisi.
Che interesse può avere per l’uomo contemporaneo la critica di un ideale siffatto, all’apparenza così distante dalla sua sensibilità? In una civiltà come la nostra, così spregiudicata e incline a liquidare ogni briciolo di ideale, cosa significherebbe condividere la contestazione lacaniana dell’ideale dell’amore umano, propugnato dalla psicoanalisi della sua epoca e da quella che a mio parere ne raccoglie l’eredità, ovvero la multiforme galassia di ortopedie empatico-relazionali e cognitivo-comportamentali, oggi in auge? Sembra indubbio che se uno psicoanalista, nella nostra società di famiglie allargate, di libere convivenze, di separazioni inflazionate, di unioni omosessuali, regno della libertà sessuale più estrema, osasse ancora proporre come modello l’ideale dell’amore umano, verrebbe travolto, come un patetico nostalgico, dalle risate beffarde dei suoi contemporanei. Ebbene, noi però invitiamo a non lasciarsi ingannare dalle facili evidenze. La disinvolta, e a nostro avviso irreversibile, evaporazione degli ideali, che sembra costituire la cifra culturale predominante della nostra civiltà, non esclude che in realtà gli individui continuino ad essere “tormentati – mutuando un’icastica espressione di Lacan – da esigenze idilliche”[3]; tanto più che queste si ripercuotono, con lo stesso inesausto anelito all’armonia e all’equilibrio, al di là del piano dell’intesa di coppia, fino a sfere molto lontane, come quelle del sociale e della politica. Infatti, stando sempre alle statistiche, ciò che sospinge gli individui alla ricerca di nuovi partner, talora in una sorta di collezione indefinita, è l’aspirazione ad una pienezza affettivo-relazionale-sessuale, che nessun incontro, anche quelli più promettenti, sembra arrivare a saturare del tutto. E poi non è così sicuro che la psicoanalisi contemporanea, ammesso che ne esista ancora una al di là di quella lacaniana, e le psicoterapie attualmente più accreditate, pur nella loro varietà e aderenza ai canoni della più viva attualità, non abbiano ereditato tratti caratteristici dalla vecchia psicoanalisi degli anni 1950-1960, autorizzandoci così ad evocare la cattivante immagine evangelica del vino nuovo travasato in otri vecchi. Ci permettiamo dunque di insinuare, con un pizzico di irriverenza provocatoria, che la psicoterapia attuale, in specie quella cognitivo-comportamentale, pur avendo biasimato in tutti i modi la psicoanalisi, ne abbia raccolto integralmente, senza saperlo, il lascito più imbarazzante, ovvero - accanto all’enfasi posta sulla consapevolezza - la retorica dell’armonia relazionale.
2. Il secondo ideale di cui si ammantava la psicoanalisi, a giudizio di Lacan, era quello dell’autenticità. Esso è implicito nella concezione della psicoanalisi come tecnica di smascheramento, in grado di recuperare un nucleo rimosso di verità soggettiva. Qui però la teoria si spingeva un po’ più oltre, postulando che tale svelamento coincide col ritrovamento di un valore della personalità, fino allora congelato, che verrebbe così indirettamente fatto rifiorire. Le statistiche sociologiche sopra evocate evidenziano l’esigenza di autenticità che tallona gli odierni girovaghi dell’amore: l’ho lasciato perché non era autentico, perché con lui non mi sentivo autentica… voglio una persona vera…
Ma anche qui inciampiamo in un intoppo, ovvero nell’estrema difficoltà della teoria a definire le coordinate di tale presunto autentico valore di personalità, ciò che si rispecchia nel ricorso ad espressioni sfumate ed approssimative, quali quella di personalità come se…, estrapolabili dalle osservazioni, peraltro sottili, di una come Hélène Deutsch. Con la locuzione di personalità come se… si vuole in effetti indicare un carattere o una personalità ben rispondente a certi criteri di valore, ma in modo per così dire fittizio, simulato. In tal modo si incrina il concetto stesso di autenticità, che deve allora essere ripensato, o comunque debitamente rimodulato, prima di poter essere adoperato nella teoria psicoanalitica.
Dunque anche il secondo ideale si rivela in tutta la sua fragilità, e questo proprio nel momento in cui le solari ma arbitrarie pretese di una teoria si scontrano con lo zoccolo duro e irregolare dell’esperienza clinica, che obbliga ad una maggiore prudenza e cautela. Forse – afferma Lacan - dovremmo limitarci ad ammettere che la psicoanalisi, molto più umilmente, sgombra vie e percorsi per permettere – ma è solo una speranza – che la virtù arrivi ad attecchire, che il valore arrivi a fiorire.
3. Quanto al terzo ideale, definito con l’espressione suggestiva di profilassi della dipendenza, è evidente che esso prefigura un approdo di indipendenza e di autonomia, così caro, o addirittura essenziale, alla nostra epoca: voglio recuperare la mia autonomia, lui mi aveva plagiato, reso succube, voglio un rapporto che non metta in causa la mia indipendenza…
Ma anche qui, a guardar bene, ci imbattiamo in una contraddizione. Innanzitutto la difficile demarcazione dell’impresa analitica dall’intervento propriamente educativo. Malgrado le raccomandazioni, è come se la confusione e, oserei direi, il collassamento fra questi due ambiti fosse sempre in agguato. Per essere ancora più espliciti, è come se una psicoanalisi, in mancanza di punti di repere precisi, fosse sempre a rischio di scivolare in un’operazione di educazione. A dire il vero è proprio questo che Lacan contestava alla psicoanalisi ufficiale, ovvero di aver misconosciuto tale rischio, consacrando l’errore col renderlo sistematico: da qui la definizione indubbiamente irrisoria di psicoanalisi come pratica ortopedica, cioè come pratica di raddrizzamento – ciò che evoca il registro del tutore e dell’educatore – con cui egli sprezzantemente la bollava.
E poi, siamo proprio così sicuri – insinua Lacan – che una certa dimensione di educazione, nel senso dell’addestramento, non in quello pedagogico di formazione, sia del tutto estranea all’esperienza analitica? Qui Lacan cerca avallo in colui che sarà il suo più sicuro sostegno nella sua ricerca sull’etica, ovvero Aristotele, per sottolineare come non solo i traumi si inscrivano col tratto della persistenza, ma anche il superamento dei traumi, la loro per così dire cancellazione ad opera dell’intervento psicoanalitico, se è veramente tale, debba inscriversi col tratto della persistenza. Ora, questo cosiddetto tratto della persistenza che altro è se non la manifestazione di un’abitudine - una cattiva abitudine che poi diventa buona – in cui riconosciamo il marchio di una dipendenza essenziale, costitutiva per l’essere umano quanto alla regolazione dei suoi comportamenti, e in cui Aristotele addita la chiave, il fondamento ultimo dell’ordine etico?
Anche questo terzo ideale dunque vacilla sotto il fuoco impietoso di una critica analitica serrata, ovvero nel punto preciso in cui le velleità di una affermazione, che esalta un’esperienza qualunque come tirocinio per pervenire alla piena indipendenza, si infrangono contro la constatazione obbligata che il punto di arrivo di un’analisi, in quanto metabolizzazione di un trauma, non po’ concepirsi che come sostituzione di una nuova abitudine – nel senso aristotelico del termine - ad una cattiva abitudine. È certo questa un’affermazione grossolana e poco rigorosa, ma basta a sottolineare come l’analisi non sia un’esperienza che si dispiega sul piano epistemico di un’estensione della conoscenza, ma su quello pragmatico di saper modulare una certa modalità di affrontarsi al reale; ciò in cui peraltro riconosciamo una costante destinata ad essere massimamente valorizzata nell’ultimo periodo dell’insegnamento lacaniano.
Sotto l’insegna della più audace e disinvolta deidealizzazione, in cui si consuma la crisi su larga scala della coppia e della famiglia tradizionale, cova dunque ancora il fuoco dei vecchi ideali, tutt’altro che spenti, e anzi fomentati e giustificati da uno psicologismo che ha saputo ipnotizzare la psicoanalisi post-freudiana. Noi possiamo contrapporre puntualmente a ciascuno di questi tre ideali l’elemento reale che essi occultano, vale a dire: la faglia della non-unione, di contro all’ideale della perfetta unione; l’indeterminabilità di ciò che è bene o, se si vuole, di ciò che costituisce un valore, di contro alla virtù presunta dischiusa dall’autenticità; l’ordine di strutturale dipendenza in cui è costretto l’agire umano, di contro all’ideale astratto di indipendenza.
Certo, è innegabile che la configurazione familiare, quale è difesa dai tradizionalisti e dai conservatori, sia essa stessa nient’altro che il prodotto transeunte di una cultura e di una civiltà, che indubbiamente manifesta chiari segnali di declino: a tal proposito, la pretesa della Chiesa Cattolica che la natura possa costituire il baluardo saldo e incrollabile a difesa di un certo modello storico di famiglia, ci fa sorridere, proprio per la sua ingenuità e cecità antropologica. Ciò non toglie che la famiglia ipermoderna, per quanto per così dire al passo coi tempi, sia il luogo di un’impasse, analoga, ancorché diversamente declinata, a quella che esibiva la famiglia tradizionale e, in generale, a quella di ogni tipologia di aggregazione umana, piccola o grande che sia, in cui sempre il reale si mette di traverso, ostacolando quel funzionamento che il legame istituzionale avrebbe dovuto assicurare.
Non c’è dubbio che la psicoanalisi sia chiamata a rispondere alle impasses crescenti della civilizzazione - di cui le trasformazioni dell’assetto familiare costituiscono un fedele paradigma - tramite l’etica che da essa discende, dunque smascherando gli ideali - che sempre sopravvivono in ogni rovesciamento rivoluzionario degli ideali - per far avanzare il punto di reale da essi oscurato.
[1] Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi (1959-60), Einaudi, Torino 1994, pp. 12-15.
[2] Ib.
[3] J. Lacan, Del Trieb di Freud e del desiderio dello psicoanalista, in Scritti, Einaudi, Torino 1974, p. 856.

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