21 de octubre de 2011

SLP-Corriere: Dibattito Forum

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L’epoca dell’impotenza

Paola Bolgiani

“Fra tutte quelle che si propongono in questo secolo, l’opera dello psicoanalista è forse la più alta […] Vi rinunci dunque piuttosto colui che non può raggiungere nel suo orizzonte la soggettività della sua epoca. Perché, come potrebbe fare del suo essere l’asse di tante vite, chi nulla sapesse della dialettica che lo impegna insieme a queste vite in un movimento simbolico. Conosca egli a fondo la spira in cui la sua epoca lo trascina nell’opera continuata di Babele, e sappia la sua funzione di interprete nelle discordia dei linguaggi”, scriveva Lacan in Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi.[1]

E’ sorprendentemente attuale questa frase di Lacan, che ci richiama alla necessità per lo psicoanalista di essere un soggetto non solo accorto rispetto alla soggettività dell’epoca in cui, come coloro che riceve in quanto analizzanti, si trova a vivere, ma di esserne l’interprete.

Interprete delle diverse epoche che ha attraversato Lacan lo è stato sicuramente. Ci ha lasciato concetti e intuizioni che illuminano il cammino fino ai giorni nostri. Ma quella frase pronunciata ormai lontano nel tempo ci ammonisce a restare vigili interpreti dell’epoca in cui viviamo.

L’epoca del “tutto è possibile”, propugnata dagli avanzamenti scientifici e tecnologici e dagli oggetti di godimento divenuti gadgets acquistabili e consumabili, mostra oggi, nelle contingenze mondiali di crisi e impoverimento, la sia faccia di impotenza.

L’impotenza sembra essere ciò che domina ogni campo: politico, economico, sociale, ma anche clinico. In quest’ultimo, a fronte delle promesse della genetica, della biologia, del brain imaging, della farmacologia, i clinici sono sempre più impotenti di fronte alle forme di disagio attuali.

La debolezza del simbolico ha prodotto ad esempio, in ambito scolastico, il fenomeno ormai epidemico di bambini e ragazzi che non riescono ad imparare a leggere o a scrivere (dal 3 al 5% della popolazione secondo il Miur). In risposta viene emanata una legge dello Stato che istituisce la categoria dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Questa prevede la diagnosi precoce fin dalla scuola dell’infanzia, diagnosi a cui sono chiamati non solo i cosiddetti “esperti”, bensì primariamente le famiglie e gli insegnati, in una sorta di “responsabilità condivisa” che cela una logica di controllo sociale capillare e diffuso, e sancisce a livello scolastico il diritto a tutta una serie di misure “sostituitive e dispensative”, ovvero all’utilizzo di strumenti quali sintetizzatori vocali, programmi di video scrittura, registratori, calcolatrici o altro, nonché all’esenzione da prove o compiti considerati particolarmente ardui relativamente al disturbo in questione, mostrando in tal modo tutta l’impotenza che si cela dietro a questo apparato tanto articolato di provvedimenti.[2]

In ambito clinico, l’impotenza si mostra particolarmente nel sempre più ampio utilizzo della categoria dei borderline, pazienti definiti dal “comportamento imprevedibile”. I passaggi all’atto, che caratterizzano i soggetti inseriti in tale categoria e che rappresentano un elemento diagnostico fondamentale, sono considerati parte del quadro patologico, in qualche modo inevitabili. Anche la farmacologia si mostra piuttosto impotente verso questi soggetti, che vengono spesso fortemente sedati, ma difficilmente pacificati. Le situazioni, specie di adolescenti, che mostrano come il ricorso alla parola sia sempre più fragile e precario e che si manifestano in agiti violenti, vengono spesso segregati in strutture che si dicono terapeutiche, ma che risultano piuttosto luoghi in cui si tenta, spesso con scarsi risultati, di “rieducare” gli individui e renderli adattati, con strumenti che difficilmente vanno al di là della logica premio-punizione.

Le “magnifiche sorti e progressive” hanno lasciato oggi lo spazio all’impotenza generalizzata, che mostra retroattivamente la logica dominante della politica, dell’economia e della clinica: il rigetto del reale come impossibile.

La psicoanalisi, che ha di mira il reale, può oggi più che mai far sentire una logica differente, che non promette la soluzione dei problemi, del singolo così come della collettività, ma che può consentire, al di là degli ideali, un orientamento nella pratica.

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