21 de octubre de 2011

SLP-Corriere: Dibattito Forum


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Lacan, causa di desiderio

Rosa Elena Manzetti

Sin dall’inizio del Disagio della civiltà Freud sottolinea che la civilizzazione comporta un prezzo da pagare , una perdita. Tutto il saggio mira a dimostrare da dove viene questa perdita. Per farlo egli introduce un concetto conseguente alla sua seconda topica, il ‘superio della civiltà’, che mette in stretta connessione con l’etica. Scrive infatti: “In ogni tempo si è assegnato all’etica il massimo valore …: Ed è vero che l’etica, com’è facile riconoscere, tocca il punto più vulnerabile di ogni civiltà. Perciò essa va intesa come un esperimento terapeutico, come lo sforzo di raggiungere attraverso un imperativo del Super-io ciò che finora non fu raggiunto attraverso nessun’altra opera di civiltà”.[1] L’imperativo più recente del ‘Super-io civile’, scrive ancora Freud, è “ama il prossimo tuo come te stesso”, “irrealizzabile”. Di fronte ad esso ci tiriamo indietro poiché ciò che è a noi più prossimo è il nostro godimento, mette in rilievo Lacan nel seminario sull’etica.[2]

Freud è interrogato dal processo di civilizzazione dell’umanità e ritiene che in esso ci sia qualcosa su cui l’Io non ha alcuna padronanza, poiché “la padronanza dell’Es non può superare certi limiti”. Qui il ‘processo del soggetto’ e il ‘processo della civiltà’ si annodano nel disagio, avendo in comune il fatto di costruirsi su una rinuncia al soddisfacimento pulsionale.

Tre anni più tardi, alla fine della lezione 31 dell’Introduzione alla psicoanalisi[3], Freud formula il famoso Wo es war soll Ich werden e subito dopo dice “E’ un’opera di civiltà, come ad esempio il prosciugamento dello Zuiderzee”. Freud fa qui equivalere l’etica del soggetto con l’etica del prosciugamento dei terreni in cui c’era il godimento.

E Lacan nel 1975 scrive “il n’y a d’éveil que par cette jouissance-là, soit dévalorisée de ce que l’analyse recourant au sens pour la resoudre, n’ait d’autre chance d’y parvenir qu’a se faire la dupe … du père comme je l’ai indiqué.”[4]

La psicoanalisi in quanto esperienza cosiddetta personale contribuisce al lavoro di civilizzazione, che Freud paragona a un’opera collettiva. Il lavoro di civilizzazione, così come il lavoro soggettivo, incontra nella pulsione di morte un ostacolo. Nel 1931 Freud aggiunge una frase alla fine del Disagio. Nella lotta tra Eros e pulsione di distruzione “chi può prevedere se (Eros) avrà successo e quale sarà l’esito?”.

Freud alla domanda ‘da dove sorge il disagio?’ risponde, dalla civilizzazione stessa che coltiva la pulsione di morte. Il solo progresso che egli concede al lavoro di civilizzazione è il senso di colpa, che il superio della civiltà perfeziona in imperativo di godimento. La maledizione del soggetto è da Freud strettamente correlata al superio costruito sull’interdetto paterno di fronte alle pulsioni erotiche. Il senso di colpa prodotto dalla civiltà non essendo riconosciuto come tale si manifesta come disagio.

Freud quindi si occupa del modo in cui la civiltà della sua epoca supplisca all’inesistenza del rapporto sessuale svolgendo una funzione di restrizione delle pulsioni per unire i membri della società tramite un legame libidico e creare delle identificazioni prese in un ideale paterno.

Ciò che distingue il discorso capitalistico contemporaneo, è invece quello che Lacan definisce il rigetto delle cose d’amore. A forza di sfruttare il desiderio il discorso capitalistico è arrivato a rigettare l’Eros. E quando Eros è rigettato Thanatos si scatena.

L’inconsistenza dell’Altro contemporaneo, opportunamente messa in rilievo dal seminario di J.A. Miller di qualche anno fa, fa sì che sia più difficile contenere le pulsioni. E’ piuttosto la sottomissione al mercato, alla standardizzazione dei godimenti che domina.

Ne consegue una specie di banalizzazione della sessualità e contemporaneamente un voler dire tutto su di essa.

Di fronte all’impossibile del rapporto sessuale che non si scrive, il soggetto agisce un comando a volerlo scrivere in finzioni, sia nel disagio della civiltà sia nel sintomo.

Per affrontare il godimento che non si può dire, si tenta di afferrarlo nel godimento che “non ci vorrebbe”. Al superio del godimento è riservata la funzione di dare un nome a ciò che non esiste, di dominare il rapporto che non funziona.

Gli psicoanalisti sono chiamati da Lacan ad essere allertati in particolare rispetto al ‘rigetto delle cose d’amore’, attuato dal capitalismo associato alla scienza, che produce il ritorno della pulsione di morte nel reale.

Ecco perché gli psicoanalisti, proprio in questo trentennale della morte di Lacan, non possono che essere pronti a resistere di fronte alle devastazioni della pulsione di morte non temperata da Eros, prendendo posizione ogni volta per il soggetto.

[1] S. Freud, Il disagio della civiltà, in Opere , Bollati Boringhieri, Torino, vol. X, pag. 627 sg.

[2] J. Lacan, Il seminario libro VII, L’etica della psicoanalisi, Einaudi, Torino, pag. 120

[3] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, in Opere, Bollati Boringhieri, Torino, vol. XI, pag. 190

[4] J. Lacan, Joyce le Symptome, in Autres écrits, Le Seuil, Parigi, pag. 570

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La precarietà

Alide Tassinari

La crisi di fronte a cui ci troviamo nella odierna società ci attanaglia con le sue diverse forme. Le notizie disperanti sparate dai mass media e nel web, riguardano ogni settore dell'esperienza umana, compresa quella del linguaggio che si può definire ormai come un al di là della chiacchera e della vergogna: il turpiloquio è tra noi. Nessuna etica del ben dire, nessuna possibilità di dare senso a una parola che non sia urlata, sgraziata, inbastardita. Il linguaggio in cui ci troviamo immersi, nel quotidiano, mette in luce la povertà intellettuale di chi, forte del potere conquistato, si rivolge alla massa, alla folla, a quel tutti indistintamente.

La psicoanalisi si rivolge al contrario all'uno per uno, non fa massa, né folla, ma si interessa e si interroga su questo nostro tempo non-tempo in cui è sempre più incerta l'articolazione tra passato, presente e futuro. Nell'età dell'eterno presente ogni cosa è finita in sè, pietrificata nel qui ed ora senza illusione né speranza. La psicoanalisi non ha rimpianto verso un mondo supposto essere stato più solido, un mondo in cui nessuna evaporazione era ancora avvenuta anche se i primi segni di volatilizzazione erano già stati letti da Lacan. La scoperta freudiana fu il sintomo delle crepe di quel mondo, organizzato ferreamente, e ormai scomparso. Ma anche in quel mondo, supposto solido, qualcosa si opponeva: Freud ne ha accolto il messaggio e se ne è fatto portavoce.

Lacan, in ogni momento del suo insegnamento, buon lettore della crisi, ci ha indicato la strada attraverso la quale la massa costituita dal e nel senso comune, può trovare un luogo in cui dare voce al proprio discorso intessuto dalla e nella sofferenza soggettiva, nell'impegno del volerne sapere e nella tensione al ben dire.

La società ha assunto come blasone economico la precarietà del lavoro, come stemma dell'odierno vivere la flessibilità nelle relazioni e come nobiltà la spinta al godimento superegoico ed è su questi tre bastioni che si è costituita la contemporaneità. Di ben altra precarietà si interessa la psicoanalisi.

I tre piani ideali che l'OMS continua a promuovere, con azioni di prevenzione, si mostrano nel loro impossibile annodamento: star bene con se stessi, con gli altri, col proprio corpo. L'unico annodamento possibile per la psicoanalisi è quello costituente il soggetto; annodamenti imperfetti in cui il sinthomo fa legame. E' di questa precarietà che la psicoanalisi si interessa: una precarietà ogni volta diversa, una precarietà che spinge il soggetto verso una domanda possibile.

In occasione del trentennale della morte di Jacques Lacan, auguriamoci che la psicoanalisi quella che attraverso il tramite di J. Alain Miller, sappia leggere attraverso il nostro lavoro di psicoanalisti e di analizzanti, altrettanto bene le crisi attuali e sappia, uno per uno, mantenere la stessa ricerca, lo stesso desiderio e amore del sapere sul reale che Jacques Lacan nel suo seminario L'etica della psicoanalisi ci indica.

Anche noi, in quanto analisti, siamo sulla via della ricerca di questa realtà, ed essa non ci porta affatto nella direzione di qualcosa che possa esprimersi con una categoria di insieme ma ci porta in un campo preciso, quello della realtà psichica, che ci si presenta con il carattere problematico di un ordine fin qui mai raggiunto.

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L’ angoscia e le risposte

Giovanna Di Giovanni

Si potrebbe dire che l’ angoscia è dell’ uomo e le risposte sono della civiltà. Una è legata all’ esilio originario dell’essere umano dalla biologia nel linguaggio, le altre al mutare delle forme di vita sociale nel trascorrere del tempo. Tra le due si è posta la psicoanalisi, che con Freud e Lacan ha mutato per sempre la visione di questo intreccio, fino a farne un nodo non scioglibile ma anzi fondante dell’essere. L’inconscio infatti è costitutivo dell’ essere umano e perché l’uomo viva è necessario che esso possa in qualche modo parlare, che il suo discorso trovi un posto nel soggetto stesso, dividendolo in sé e mettendo così a fuoco l’anelito verso l’ Altro, nel sociale appunto.

Il discorso allora è necessario per l’ esistenza umana, come le neuroscienze ci dicono di alcuni elementi per la vita biologica . Altrimenti il Disagio della civiltà diviene distruzione.

Lo si vede bene sempre più nel silenzio a cui è indotto o costretto l’individuo nelle diverse situazioni di sofferenza , che la moderna politica chiama “disagio”. Il disagio è di tutti e sopportabile, catalogabile, soprattutto (falsamente) rimediabile, la sofferenza mostra la nudità scandalosa che Freud e Lacan hanno declinato per la derelizione dell’uomo, solo di fronte alla morte. Il rimedio allora pseudo-scientifico toglie la parola alla donna che ha appena partorito, al bambino con il suo pianto e poi al ragazzo preadolescente e adolescente, al giovane nel suo ingresso sociale, all’adulto che non riesce ad orientarsi nei parametri “normali”.

L’inconscio però non si può eliminare, come si crede di togliere un sintomo, e cacciato dal discorso individuale e sociale ritorna in violenza distruttiva verso se stessi e gli altri.

L’appetito di morte, come miraggio estremo de La Cosa, che il consumo sempre più esasperato propone e nello steso tempo rende impossibile nell’ economia attuale, innescano un supplizio di Tantalo la cui uscita è solo la morte apertamente raggiunta o mascherata.

I bambini sempre più “agitati” a scuola e a casa, i giovani sempre più “depressi” o “violenti” ne sono un esempio drammatico. Sempre più allora l’analista è chiamato in causa nel sociale del suo tempo, come lo sono stati Freud e Lacan , fino al rifiuto, all’ostracismo , all’esilio e tuttavia non senza lasciare una traccia indelebile.

Questo , sia che l’analista operi nel cosiddetto “privato” o nelle più varie istituzioni, dove la sofferenza è manifesta o il “disagio” si infiltra, dagli ospedali alla scuola. Non per dare un rimedio complementare ad altri, nell’ottica bio-psico-sociale della completa salute fisica e mentale , ma per rendere presente una mancanza intorno a cui può articolarsi un discorso.

Il concetto infatti di salute, falsamene democratico, eguale per tutti sostituisce alla parola del soggetto la nominazione per categorie, dalla depressione post-partum al disturbo dell’attenzione, all’iperattività, al disagio giovanile. Altrettanto categoriale e anonimo è il rimedio proposto, la risposta chimica o comportamentale.

Ma il dolore dell’essere umano prematuramente gettato nel mondo, secondo le parole di Freud e Lacan, se tacitato nel discorso ritorna con la disperazione mortale nel reale.

L’analista allora può dirsi tale se si oppone alla distruttività del silenzio, che la civiltà ogni volta a suo modo vorrebbe imporre alla sofferenza, mutandola in anonimo disagio da tamponare con gli oggetti più vari del consumo, e cerca di occupare un posto da cui fare cenno al soggetto ,perché provi a svolgere un suo discorso, che è individuale e sociale insieme fin dal suo venire al mondo, secondo le parole di Freud.