25 de marzo de 2017

"Lacan e l'estetica", di Matteo Bonazzi e Daniele Tonazzo -Mimesis edizioni-. Un'interpretazione che mobiliti il desiderio, da Marco Focchi

Presentazione della tavola rotonda che ha avuto luogo venerdì 24 febbraio 2017 presso l'Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza, in occasione della presentazione del libro di Matteo Bonazzi e Daniele Tonazzo, "Lacan e l'estetica", Mimesis edizioni.
 
Il libro di Matteo Bonazzi e di Daniele Tonazzo di cui parliamo questa sera ha come titolo “Lacan e l’estetica”. È un testo nel quale, per via del titolo, ci si aspetterebbe di trovare discorsi sull’estetica nel senso in cui la si intende abitualmente: una teoria dell’arte, riflessioni sul bello, considerazioni sula sublimazione. Ci si incontra invece con qualcosa di completamente differente, anche se uno dei lemmi che compongono il volume è effettivamente dedicato al bello. Gli autori vanno infatti in cerca di qualcosa di diverso, esplorando le due dimensioni che abbiamo messo nel titolo del dibattito di questa sera: il dire e il sentire, cioè il linguaggio, per un verso, e per un altro verso una dimensione che invece sfugge alla presa linguistica, che non è propriamente afferrabile dal linguaggio e che si può riconoscere come collegata alla nozione di godimento che Lacan presenta nel suo ultimo insegnamento. 

​Dire e sentire sono due coordinate che si possono interpretare in modi differenti. Un modo potrebbe essere quello che va nel senso di sottolineare la divergenza tra dire e sentire,  dove il primo si riferisce al primo insegnamento di Lacan, più legato al linguaggio, più incentrato sui temi linguistici, e il secondo invece è più incentrato sull’ultimo insegnamento, dove troviamo una valorizzazione del godimento. Non è però la via scelta dagli autori, che propongono piuttosto un intreccio, un’esplorazione dell’intersecarsi di queste due dimensioni, soprattutto nell’aspetto in cui il dire si deposita nella scrittura e diventa lettera che si scrive sul corpo. Questa esplorazione del dire e del sentire implica il fatto di tener conto del corpo, perché rivolgersi al sentire significa mettere in gioco il corpo attraversato da forze che lo stimolano, lo sollecitano, lo eccitano.

Per quanto il libro sia piuttosto teorico e sia incentrato su commenti di temi di Lacan presenti nelle diverse fasi del suo insegnamento, implica tuttavia un risvolto clinico, chiama in causa una clinica designabile sotto il termine di “inconscio estetico”, espressione che gli autori propongono in qualcuno dei lemmi. C’è da una parte quello che potremmo chiamare l’inconscio del logico puro, l’inconscio del Lacan classico, del periodo degli anni Cinquanta, strutturalista, e dall’altra quello che gli autori chiamano l’inconscio estetico, cioè l’inconscio, in un certo senso, sentito. Con questo si tocca un aspetto che è importante valorizzare, perché nella storia della psicoanalisi la psicologia dell’Io, per esempio, è andata in crisi come clinica proprio perché ha abbracciato una lettura cognitiva dell’inconscio, ha aderito all’idea che la rivelazione di senso, l’insight, come lo chiamano gli americani, è qualcosa in grado di mettere in moto automaticamente dei processi di pacificazione dei conflitti, di risoluzione delle tematiche nevrotiche. Gli autori della psicologia dell’Io hanno infatti trascurato, o quanto meno trattato in modo subordinato ai processi cognitivi, tutto quello che riguarda l’aspetto pulsionale, il sentire, l’idea che il corpo sia attraversato da forze che si fanno sentire e che fanno sentire. Il termine “forza” nel nostro campo, nella psicoanalisi, ha un nome, che è quello di “pulsione”. È il corpo pulsionale che è in gioco, è il corpo attraversato dalle forze pulsionali.

Alla luce di questo possiamo desumere, dall’interessante lavoro che propongono Bonazzi e Tonazzo, un’altra chiave di comprensione di come funziona il lavoro in psicoanalisi, evidenziando un’interpretazione che non parla solo sul piano linguistico, sul piano cognitivo, sul piano del senso, e fa invece sentire quel che tocca il corpo, che mette in gioco le forze che attraversano il corpo. Si tratta di uscire dallo schema della rappresentazione e del senso per vedere cosa si può fare con le parole di diverso dalla comunicazione che presuppone una relazione con l’Io, che ha come interlocutore l’Io, armato di tutte le sue funzioni critiche e difensive.
La questione è dunque a chi e a cosa ci si rivolge con le parole, e cosa con queste si può fare. Il problema può apparire chiaro in alcuni esempi interessanti considerati anche fuori dal campo psicoanalitico.

Prendiamo il caso delle sigarette. Il fumo fa male e lo si vuole combattere. Si pensa allora di trasmettere un messaggio negativo, con il quale contrastare il vizio in chi lo ha contratto. Per scoraggiare il fumatore le sigarette portano diciture terribilmente minacciose: “il fumo uccide”, “fa venire il cancro”, “rende impotenti” – questo funziona solo per il pubblico maschile, ma ce n’è una versione che investe anche quello femminile: “il fumo danneggia la tua fertilità”. C’è di che spaventarsi, ma sappiamo che queste modalità di informazione fondate sulla  minaccia non frenano gran che i fumatori, in primo luogo perché sono generiche, e uno sente che magari è vero che il fumo fa sì male, ma fa male agli altri, la minaccia non riguarda lui. In secondo luogo questi messaggi si rivolgono all’intelletto, parlano al cervello, e trovano tutte le difese ben piazzate, vengono quindi rifiutati con ironia o semplicemente non ascoltati. È strano come i pubblicitari che hanno studiato queste campagne, che dovrebbero avere una certa esperienza, riescano a trovare soltanto vie così poco efficaci per trasmettere il loro messaggio. 

Nella tradizione pubblicitaria c’è stato chi ha trovato modi di comunicazione senz'altro più incisivi. Edward Bernays, il nipote di Freud, che è l’inventore delle pubbliche relazioni e della propaganda, negli anni Venti aveva realizzato una campagna non per far smettere di fumare, ma per fare fumare le donne. A quel tempo in America era considerato tabù che una donna fumasse per strada, era scandaloso, e questo dimezzava i profitti potenziali delle compagnie produttrici di tabacco e di sigarette che, per modificare questa situazione, decisero di interpellare come consulente Bernays. Gli chiesero così di pensare una campagna per promuovere il fumo nelle donne, e Bernays ebbe un’idea formidabile, che è diventata un’esempio topico nella storia della pubblicità. Assoldò una ventina di suffragette con l’idea di farle passeggiare per la quinta Avenue a New York,  preparando l’evento e chiamando la stampa e i fotografi. A un suo segnale le donne, vestite in modo da non passare inosservate, avrebbero tirato fuori dalla gonna delle sigarette e, con un gesto teatrale, le avrebbero accese e si sarebbero messe ostentatamente a fumare. Bernays aveva già predisposto tutto perché la scena finisse con gran clamore sui giornali, e in effetti il giorno dopo l’evento fu presentato con il titolo “Fiaccole per la libertà”.

Capite che questo non è un messaggio che parla al cervello, come le minacce con le quali si spera di indurre a non fumare. È qualcosa che parla alle corde più profonde dell’essere, che fa sensazione. Innanzi tutto fa sentire le donne più libere se fumano, perché l’immagine delle “fiaccole della libertà” si associa all’idea della Statua della Libertà, e con questo a tutti i miti fondativi del Paese, ma soprattutto fa leva su una trasgressione, sulla rottura di un vincolo, su un desiderio, e non su un dovere, come potrebbe essere quello di preservare la propria salute. Una donna non è più libera perché fuma, ma è più libera perché fa un gesto che prima non le era consentito. Che questo gesto sia quello di fumare è il capolavoro di Bernays. Alcuni anni dopo Bernays si pentì molto della sua campagna e del grande successo che aveva avuto. I profitti dei produttori di sigarette e delle compagnie del tabacco, infatti, si impennarono, ma evidentemente a scapito della salute delle donne.

Ora sembra che i pubblicitari incaricati di studiare le campagne per far diminuire il consumo di fumo abbiano capito l’idea che per muovere qualcosa nella comunicazione bisogna toccare le emozioni più che l’intelletto. In Australia infatti, per scoraggiare il consumo di sigarette, hanno cominciato a obbligare i produttori a confezionare i pacchetti in un colore che, dopo studi approfonditi, è risultato essere considerato come il più brutto del mondo. È una specie di verde-marrone che pare trasmetta un’idea di sporco, di desolazione e di morte. Sembra che questo effettivamente abbia cominciato a far cadere le vendite di sigarette. È un esperimento, e speriamo che funzioni.

Volevo solo proporvi un esempio di cosa si può prendere come interlocutore in un messaggio. Per la pubblicità delle sigarette si tratta di mirare alla sfera emotiva piuttosto che a quella intellettiva. La psicologia dell’Io, nella sua modalità clinica, faceva un errore analogo ai promotori delle campagne basate sulla minaccia che il fumo uccide. Prendeva come interlocutore l’Io, e considerava di doverne vincere le resistenze. Lacan, critico della psicologia dell’Io, prendeva come interlocutore l’inconscio e direi che, nella lettura data Bonazzi e Tonazzo, si tratta di prendere come interlocutore l’inconscio estetico anziché quello del logico puro, perché solo da lì si risveglia la sensazione, solo da lì si fa “sentire”, prima ancora che capire, l’interpretazione, e si può costruire una clinica che non sia debitrice del platonismo, e prigioniera di una concezione della diagnosi, pienamente sviluppata dal DSM, che funziona solo facendo girare degli algoritmi.
 

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