25 de septiembre de 2011

SLP-Corriere: LQ 21 (italiano)

Traduzione: Loretta Biondi, Fedra Bucelli, Maria Rita Conrado

Revisione: Rosa Elena Manzetti, Alberto Turolla, Carlo Viganò

venerdì 9 settembre ore 14.15

NUMERO 21

LACAN QUOTIDIEN

Il Gongora della Psicoanalisi

per servirvi

Jacques Lacan

13 aprile 1901 – 9 settembre 1981

BIG BANG! di Eric Laurent

Ecco, da questa mattina sappiamo che sono suonati i tre colpi della “Rentrée lacanienne” . Che la festa cominci!

Dapprima c’è stato Lacan Quotidien, con il ritorno di colui che era stato rimosso dalle riviste culturali e dalle trasmissioni del suddetto rientro. Colui il cui lavoro veniva saccheggiato e il nome cancellato, riprendeva la parola, eccome!

C’è stata poi la serata di lunedì, in cui il Rendez vous avec Lacan di Gérard Miller presentava ad un vasto pubblico che tipo sorprendente fosse Lacan, affrontando con tranquillità gli stereotipi diffamatori sulla sua persona e sulla sua pratica.

Martedì sera c’è stata una serata meno tranquilla, in cui, davanti alle 400 persone riunite a Montparnasse - e a fianco di un grande scrittore che incarna letteratura-lituraterra, che aveva espresso con parole indimenticabili il suo attaccamento alla persona e alla parola di Lacan, ovvero Sollers - Jacques-Alain Miller ha riferito della sua corrispondenza con la direzione di Le Seuil, delle ‘cattive maniere’ di cui ripetutamente era stato fatto oggetto, ed infine della sua decisione, quella mattina stessa, di rompere con la casa editrice con la quale Lacan aveva pubblicato i suoi Scritti nel 1966... Ha raccontato gli ultimi sviluppi del pomeriggio, l'incontro con Hervé de La Martinière, la sua scelta di questo gruppo per concepire e sviluppare una nuova politica editoriale lacaniana.

Infine, ieri, Le Point: Judith Miller esce dal suo riserbo e “dichiara guerra” a Elisabeth Roudinesco, a causa dell’intollerabile finale del suo opuscolo su Lacan, in cui l'accusava di aver tradito le ultime volontà di suo padre. “La storica” - ridiamo – presto si ritroverà “storicizzata”, come il cacciatore che a volte diventa preda.

Eccoci ad un bivio della storia della psicoanalisi in Francia.

Niente fine della storia per i lacaniani. Nuove separazioni, dichiarazioni, chiarimenti, sviluppi , sono in vista prima di ritrovarsi in una unità di livello superiore. Niente estinzione con largo consenso, come alcuni avevano potuto sognare la serata all'Ecole Normale Supérieure venerdì sera. In quell’occasione leggerò il testo del seminario su Amleto, che Catherine Clément mi ha assegnato, ma sarà in un contesto in cui si dirà pane al pane e vino al vino, e non sarà la notte in cui tutti i gatti sono neri.

La storia della psicoanalisi Lacaniana in Francia non è la storia di generazioni increate che si succederebbero come sagge coorti. E' la storia di una faglia irriducibile, la lacuna di Lacan, che impedisce alla storia di girare a vuoto, facendo intendere che “la vita è una storia piena di rumore e furore, raccontata da un idiota, e che non significa niente”. Macbeth è una buona strada per il sentimento joyssiano di Lacan nei confronti della storia, “incubo da cui non ci si risveglia”, parodia dell'eternità.

Questa riapertura della faglia nella storia è un bel modo di celebrare l'anniversario della morte di Lacan. La sua morte è intervenuta nell'anno successivo alla dissoluzione da parte sua della sua Scuola, l'Ecole freudienne de Paris (EFP). Questo stesso atto indicava il suo ostinato rifiuto di lasciare sussistere l'istituzione come menzogna, al di là del malinteso che l'aveva portato alla sua impasse finale. E' il contrario di “Io muoio, e la patria non muore”. Non è, come alcuni gli rimproveravano, il “Dopo di me il diluvio”. Ci teneva che essa fosse rimpiazzata da una Scuola i cui statuti fossero pensati secondo le sue indicazioni e le lezioni della dissoluzione.

Il contesto della morte di Lacan è anche quello della fondazione dell'Ecole de la Cause freudienne (ECF), che ha adottato prima di morire.

Per arrivare a una nuova partenza dell'ECF sono state necessarie delle scansioni multiple. All'inizio era semplice, c'erano quelli pro e quelli contro l'atto di dissoluzione di Lacan. Tra i contro c’era la Signora Aubry, con Francoise Dolto. Poi, rapidamente, si arriva alla nebbia della guerra, con una successione ininterrotta di lettere, in cui era difficile ritrovare nelle variopinte e singolari posizioni di ciascuno quella che era stata la bella semplicità di partenza. Era necessario non perdere il filo, tra coloro il cui ostentato spirito di conciliazione mal nascondeva la netta opposizione al processo in corso, e coloro che si facevano notare all’inizio come leaders del movimento pro-dissoluzione, per tradire in seguito brutalmente, con un godimento di rara oscenità.

Lacan, dal canto suo , si orientava perfettamente, raggiungendo il gruppo che sosteneva la dissoluzione, riunito a casa sua quella sera di dicembre 1980, subito dopo il tradimento di M*. Dopo averci ascoltati, concluse: Tutto questo è una vera porcheria. Tutta questa porcheria è stato il terriccio della trasformazione delle liste di coloro che si erano dichiarati per lui, “i Mille” chiamati così per il loro numero e il richiamo garibaldino, in una Scuola di 300 membri, al termine di un processo progredito in una atmosfera strana. I più bei fiori crescono sul letame. E’ stato un periodo che coloro che hanno meno di trent'anni non possono conoscere, in cui un amico di lunga data poteva, da un giorno all'altro, senza spiegazioni, voltarti le spalle e ritrovarsi su una lista di persone che ti ingiuriavano con fervore. Oppure, al contrario, poteva accadere di ricevere chiamate che con tono mellifluo ti chiedevano se stavi bene. Si temeva il suicidio, data la pressione incredibile che veniva esercitata. Ecc.

Comunque sia, l'adozione dell'ECF da parte di Lacan, all'uscita del suo ultimo Seminario, e dopo il viaggio a Caracas nel 1980, è stata recepita come un appello in favore dell’avvenire. Ha risuonato “al di là della dissoluzione della Scuola che aveva fondato – risuonato al di là della sua morte, avvenuta il 9 settembre 1981 – risuonato lontano da Parigi, dove visse e lavorò”. Così si esprimeva, il 1 febbraio 1992, il testo del Patto di Parigi, redatto nel momento in cui l'Ecole de la Cause freudienne, l'Escuela del Campo freudiano de Caracas, l'Ecole européenne de Psychanalyse del Champ freudien, e l'Escuela de la orientation lacaniana del Campo freudiano, decisero di convergere nell'Associazione mondiale di Psicoanalisi, appena fondata da Jacques-Alain Miller. Successivamente, le scuole si sono trasformate, ne sono state create altre, l'ECF è stata riconosciuta di pubblica utilità con decreto del 5 maggio 2006, e l'AMP ha ottenuto lo statuto di “consulente speciale” da parte del ramo ONG delle Nazioni Unite, il 31 Luglio 2011.

*

Per precisare l'orientamento comune mantenuto attraverso le diverse Scuole, l'Associazione Mondiale di Psicoanalisi ha adottato nel luglio 2000 la Dichiarazione della Scuola Una.

Essa sottolinea che la Scuola sorta dalla dissoluzione non è semplicemente un raggruppamento di professionisti che condividono un sapere comune. Essa è formata da membri che concordano sul riconoscimento di un non-sapere irriducibile, che è l’inconscio stesso. Essi vi trovano la risorsa per “proseguire un lavoro di elaborazione orientato dal desiderio di un'invenzione di sapere e della sua trasmissione integrale, ciò che Lacan avrebbe chiamato più tardi il matema. Su questo fondamento abissale, che copriva con il proprio nome, egli stabiliva la sua Scuola e chiamava alla ‘riconquista del Campo freudiano’”.

Questa riconquista assume un senso nuovo nel contesto della “Rentrée lacanienne”.

Qualcosa della “Vita di Lacan” deve essere riconquistata sugli stereotipi, la disinformazione, la palese diffamazione, l’universitarizzazione pacificante sotto le spoglie dell’equilibrio da mantenere tra chi loda e chi critica. Sapremo meglio quale corrente dell'ideologia francese, e perché, ha tanto tenuto a fare di Lacan un Cattolico Maurassiano, e non Sollersiano. O perché di lui si è fatto un ritratto di monarca assoluto.

Proprio a partire dall'evento di rottura che stiamo vivendo in questo momento, si potrà leggere la struttura delle elucubrazioni che hanno costituito la stoffa di ciò che è stato fatto passare fin qui per una biografia di Lacan, che talvolta è riuscito a sedurre intelligenze illustri.

Eccoci al bivium di due logiche, due sensibilità, due vie etiche.

Ciascuno potrà scegliere.

Parigi, 9 settembre 2011

Gemme: VITA DI LACAN

CLOTILDE LEGUIL. Miller, passeur di Lacan. Non si tratta né di un romanzo, né di un’opera di storia della psicoanalisi e nemmeno di una psicobiografia. Vita di Lacan di Jacques-Alain Miller, di cui possiamo leggere la prima parte in questo rientro lacaniano 2011, aspettando il seguito previsto per metà ottobre, è piuttosto qualcosa che assomiglia a una confessione, uno sforzo per rendere conto dell’essere di Lacan a partire dagli effetti che la sua maniera di esistere produceva sulla vita degli altri e, in particolare, su quella di colui il cui destino, attualmente, è quello di trasmettere l’orientamento lacaniano nella psicoanalisi.

Jacques-Alain Miller ha sempre ricordato fino a quale punto avesse cercato di cancellarsi in quanto co-autore del Seminario, preferendo di non apparire nemmeno sulla stessa copertina ma semplicemente sulla prima pagina come colui che aveva stabilito il testo. La sua presenza è comunque sensibile dal momento in cui compare un dattiloscritto del Seminario e un Seminario stabilito, apparendo il primo come un materiale certamente ricco ma grezzo, pieno delle note degli uditori di un Lacan vivente, e il secondo come un’opera agalmatica di cui, allo stesso modo di quelle dei capitoli, le scansioni concettuali in seno alle lezioni, il taglio, le riformulazioni appaiono come altrettante note musicali che, allora, fanno risuonare nella parola insegnante di Lacan come una melodia propria al soggetto vivente che è stato.

Ma parlare della vita di un altro, effettivamente, è un’altra cosa. Ed è tanto più delicato nel XXI secolo quando l’altrui intimità viene esibita senza pudore come una spettacolare mercanzia. Allora, bisogna forse fare dell’altrui vita un romanzo risolutamente fittizio oppure un’opera dal valore scientifico che cancelli la dimensione interpretativa di ogni racconto di vita per sfuggire alle derive della nostra società voyerista? Dal momento che si è vivi, in che modo parlare dei morti senza sotterrarli per una seconda volta?

In L’Essere e il nulla Sartre considerava che solo il soggetto morto accede per gli altri allo statuto di oggetto inerte. Non esistendo più eccetto che per l’altro che può farne una cosa propria, la sua vita compiuta non comporta più alcuna indeterminazione. Ed è nello sfuggire a questi differenti scogli che Jacques-Alain Miller giunge ad inventare la propria versione della vita di un altro.

Ha scelto di evocare la vita di Lacan questa volta senza cancellarsi, assumendosi di parlarne dopo ciò che l’esistenza di quest’uomo aveva potuto lasciare come traccia in lui, senza trasformare il suo racconto in un romanzo né in un’opera scientifica. Ed è grazie alla presenza della sua enunciazione che il suo racconto Vita di Lacan detiene una portata etica. Jacques-Alain Miller ci svela quale soggetto fosse Lacan, quale parlessere è stato per lui e per coloro che l’hanno incontrato come analista, come insegnante, come amico, o anche come nemico, senza mai cedere alla tentazione dell’oggettivismo. Lontano da qualunque interpretazione psicologizzante, piuttosto è il più vicino possibile all’inconscio che cerca di avvicinarlo evocando Lacan come un essere enigmatico.

E’ in questo senso che questa Vita di Lacan ci appare nel dritto filo di ciò che Freud aveva potuto intraprendere con il suo Leonardo, senza mai cercare di far dimenticare la fascinazione che esercitava su di lui lo strano essere che era questo grande pittore.

Proprio come fu Leonardo, un essere incomprensibile agli occhi dei suoi contemporanei, per il suo genio e le sue contraddizioni, anche Lacan fu un uomo strano e geniale che i suoi contemporanei, così come i posteri, non giunsero a comprendere. Così, Jacques-Alain Miller fa di Lacan il suo Leonardo e ci parla a partire da questo punto di indicibile che rende conto del suo rapporto con Lacan, questo punto che ha legato la sua esistenza all’opera e alla parola di Lacan in maniera radicale. Dunque, in questa impresa che tenta di circoscrivere, afferrare ciò che è il vivente di un soggetto attraverso i suoi sintomi, le sue creazioni e le sue contraddizioni c’è qualcosa che evoca la passe.

E’ un po’ come passeur di Lacan che Jacques-Alain Miller parla, trasmettendoci con il suo testo ciò che Lacan ha toccato in lui, svegliando il suo desiderio di psicoanalista. Questa Vita di Lacan ci conduce, così, a scoprire Lacan non nel modo con cui ci si appropria di un percorso e di un sistema di pensiero irrigidito ma a partire da ciò che ci può toccare nella vita di quest’uomo che ha sconvolto il destino della psicoanalisi e, allo stesso tempo, il nostro.

DEBORAH GUTERMANN. Il fulgore di una vita. In letteratura ci sono delle meteore e ci sono dei ciotoli. Le prime sono sfolgoranti, gli altri fanno rumore, sono chiacchiericci e talvolta sporcano. La Vita di Lacan di Jacques-Alain Miller è un bolide. Operando una sottile distinzione tra i due generi della biografia e della “Vita” che prende a modello quelle degli “uomini illustri”, Jacques-Alain Miller rinvia a una serie di opposizioni che delimitano chiaramente il campo dell’uno e dell’altro.

Mentre la biografia è l’opera dello schiavo applicato che si ribella fossilizzando colui al quale si consacra, la seconda è sul versante dell’etica. “Vita” si intende in tutti i sensi del termine ed è proprio della vivacità di Lacan che si tratta. La cronologia impoverita a cui fa riferimento il racconto biografico dio chi è assoggettato si oppone all’effetto di Witz creato dalla cura del dettaglio, dell’aneddoto che fa centro. Lì dove la trama narrativa del racconto biografico si ordina intorno ad una linearità che risulta dal soggetto ridotto al “soggetto di studio”, la “vita” ci giunge nel dettaglio del vivente, di ciò che lo singolarizza in maniera irriducibile. Il tempo della “vita” è allora quello dell’istante. Quello della biografia si estende per tessere la traiettoria che comincia fatalmente dalla nascita per finire con la morte. Si, tu sei mortale. Uno tra gli altri, inscritto in un’epoca, prodotto degli stessi complessi che in seguito giustificano il giudizio morale nel momento in cui l’ora del bilancio è suonata. L’esemplarità brandita come stendardo dal biografo si indebolisce.

Jacques-Alain Miller che mantiene vivo il pensiero di Lacan dopo più di trenta anni, ha fatto un passo di lato quando ha preso ad interessarsi alla persona di Lacan. Là dove il biografo è il doppio che si posiziona sull’asse del rivale, colui che redige questa Vita crea la rottura. Rende omaggio al pensiero di Lacan traendo tutte le conseguenze del suo insegnamento per applicarlo alla Vita. Racconto del reale, è negli interstizi che Lacan affiora nella sua posizione fuori standard. Lontano dalla temperanza, è il Lacan della dismisura, anche dell’impazienza ed è soprattutto l’uomo di desiderio che vi si incontra.

FRANCOIS REGNAULT. Coup perdu! Dopo trenta anni che Lacan è scomparso è accaduto che la formula che lui aveva messo a punto sotto la forma “non c’è rapporto sessuale” sia diventata un enigma popolare. Molti già la conoscevano, tutti gli analisti lacaniani si sono impiegati a darne ciascuno la sua imparabile interpretazione, anche io spesso mi sono arrischiato a renderla tanto più evidente che non posso citarla senza che, di nuovo, la sua chiarezza mi accechi. E le è stato dedicato anche un libro per darle un senso filosofico. [1] Ma ho saputo che ha raggiunto anche certi milieu ecclesiastici, in cui alcuni l’adottarono come una sorta di complemento d’informazione e di supplemento dell’anima.

Una delle prime accezioni della grande Trovata mi era stata fornita da un filosofo sensibile ai costumi del tempo, e sottolineava che i rischi, i fiaschi, le impasse della sessualità adolescente facevano a gara nel verificare l’implacabile apoftegma. Si sa che Rohmer si era imposto il principio, nei suoi Racconti morali – morali anche in questo – nel fare in modo che mai nessuno dei suoi personaggi principali passasse mai all’atto (sessuale), in ciò illustrando la formula nel senso dell’amor cortese.

Ben inteso, Lacan non era stato così cieco (o sordo) da sostenere che nessuno facesse l’amore con nessuno – e gli capita anche di dire che alla fine ciascuno trova la sua ciascuna (così come “a Lacan la sua lacuna”).

Ma era stato infastidito da ciò che, nelle sue prime spiegazioni che precedevano la Trovata che introducevano alla tavola dei matemi sulla sessualità, un analista ebbe a dichiarare:”La prossima volta che andrò a fottere, ci farò caso!” (je prenderai ma règle à calculer) Battuta salace che rinvia solo alla funzione fallica e che opporrei a quella di cui un Corneille può vantarsi quando, uscito freso fresco dalla funzione di sposo, scrive aspramente a un amico:”Je pense vous avoir mandé que je me sens des bénédiction du mariage, et tire maintenant a coup perdu aussi bien que vous”

Coup perdu”! Non è forse la definizione Corneliana dell’inesistenza del rapporto sessuale?

*

Intendo attestare in questo anniversario della sua morte che Vita di Lacan, che dobbiamo a Jacques-Alain Miller, è colpito nel punto stesso di questa autenticità che egli rivendica per il suo modello e rende il solo accento di verità al quale niente è paragonabile se non la certezza intima che ebbero tutti quelli che conobbero Lacan e così lo riconobbero, che fu una delle rare cose del mondo che valevano la pena.

Apprendo ora che Jacques-Alain Miller lascia la Seuil, non senza Lacan! Nella favola di La Fontaine, nessuno ripassa per la soglia [seuil] dell’antro del leone, fino a quando non si capisce il perché. In questo caso si ripassa la Seuil e si lascia l’antro ma perché il leone non è più solo uno!

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[1] Alain Badiou e Barbara Cassin.

[2] Lettera di Corneille al Signor Goujon, avvocato del consiglio privato del re, Rouen, 1 luglio 1641.

Jacques Lacan ed i nomi degli uccelli di Edith Msika

“Più nulla di Lacan a Seul” secondo la formula di JAM sentita martedì sera a Pullman Montparnasse, sarà motivo di donare Lacan alle edizioni di Martinère?

Che M. de la Martinière pubblichi libri, bei libri , libri con numerose illustrazioni, libri che si ha piacere a tenere, manipolare, sfogliare, è un fatto, lo fa in modo curato ed esigente, l'ho visto con i miei occhi durante una ricerca con i consumatori per una guida dei vini; che le edizioni de ll Martinière di cui il "baseline" (firma) sul sito del gruppo è "La marca di riferimento: dei libri prestigiosi riguardo alle foto, la natura, il viaggio, l'arte, il patrimonio e la spiritualità", possano griffare i libri di Lacan è altra cosa.

Perché la psicoanalisi sarebbe entrata in un catalogo proposizionale, che in altre parole tratta di otium, tempo libero, quando essa è tutto tranne questo? Voi mi direte, non scegono i vicini, non si deve idealizzare, non avere nostalgia, ci si deve adattare alla realtà così come è diventata.

Affiancare Lacan a I segreti della mente, o 500 insalate, è questo il giusto rapporto con la suddetta realtà?!

Gli effetti possibili incantevoli o deleteri della collusione di due nomi propri su una prima di copertina costituiscono uno dei parametri b-a-basici del marketing editoriale avvertito. Un altro aspetto è l'identità: Seul è una casa editrice, Gallimard è una casa editrice che accoglie, più o meno bene, degli autori. Un altro ancora è il posto, il campo in cui opera la casa editrice. Il "baseline" di Seul, comunque la si pensi, è quella di un editore, non di una marca: "Pubblicare dei lavori che permettano di comprendere il nostro tempo e di immaginare ciò che il mondo deve diventare."

Le edizioni de la Martinière sono e si esprimono come una marca.

C'è (ancora) una differenza, anche se tende ad assottigliarsi: una marca vende dei prodotti; un editore - o una casa editrice - pubblica dei libri. Libri destinati ad essere letti, e non degli oggetti, tanto affascinanti come un dizionario ornitologico, la cui funzione ornamentale è più importante delle graziose scienze naturali da cui deriva.

Con tutto il mio rispetto per lo scritto, il nome dell'autore, l'editore.

Niente di più, ma niente di meno. - EDITH MSIKA È PUBBLICATA DA POL, EDITORE

RISPOSTA DI JAM. Accolgo con favore questa bella lettera che dice molto bene le cose.

Vi risponderò seriamente, Edith Msika, ed a lungo, appena ne avrò il tempo. Rispondere alle vostre forti obiezioni fortificherà la mia scelta che fu l'affare di un istante - un istante di vedere. La vostra lettera costituisce per me un invito ad entrare nel tempo di comprendere. Il momento di concludere un contratto verrà alla fine: in cui non ci sarà che l'istante per una stretta di mano.

Il senso che do alla mia entrata con le edizioni de La Martinière, con Lacan, ed anche il Campo freudiano che diventa altro, Hervé lo accetterà? Mi sforzerò in tutti i casi di trascinarlo con noi. Tenete! Ecco questo è ciò da cui prenderò le mosse domani, da Mollat, a Bordeaux.

Il re segreto di Philippe Hellebois

Caro Jacques Alain Miller,

voi dite nel vostro Neveu de Lacan: " non un libello, ma una satira; non nemici, ma ridicoli."

Amo molto questa formula che mostra che l'altro è stupido prima di essere cattivo.

Lacan non diceva (ma dove?) qualche cosa del genere: l'imbrogliato si arrabbia di ingarbugliarsi, ingarbugliandosi ancora di più ?

in breve, il ridicolo può diventare cattivo, è anche la sua pendenza " naturale", per non dire logica.

Ridicolo, la "regina", autoproclamatasi la migliore specialista di Lacan, sta scrivendo tanto su Lacan del quale non afferra goccia - l'ultima opera è affliggente - tanto che parlando, siccome ha beccato bene la penna, moliéresca per l'occasione, di Deborah Guterman: un capotto di pelliccia che discute davanti ad una sala vuota a metà!

Ho amato molto questa frase della vostra Vita di Lacan: "E’ così che ho sempre visto, che è se stessi che si giudica, condannando Lacan. Chi riconosce in lui una figura nemica disegna la propria." Lacan si teneva su una posizione forte dunque, e con lui la psicanalisi che vi si riferisce. Non è una delle ragioni per le quali essa (la psicoanalisi) è così facile da difendere (sul piano delle argomentazioni, certo)? Voi avete anche detto da qualche parte, seguendo Lacan, che la psicanalisi ha sempre ragione, e che è la sua debolezza, l'avversario non ha nessuna possibilità di sfuggire al proprio furore.

Ciò che non avete detto, ma che è evidente, è che questa posizione è anche la vostra.

Difatti chi sono diventati i vostri avversari ? Spariti, persi nella nebulosa del loro rancore!

Tutto questo mi porta a questa domanda che molti tra noi si pongono: perché conservate questo posto singolare di re segreto che BHL poco fa vi ha riconosciuto? Si dirà che siete meno segreto di allora (l'affare Accoyer) ma ugualmente, il vostro corso resta per la maggior parte dell'opinione illuminata inaccessibile, di essere sparpagliato in pubblicazioni di nicchia (cf espressione di vostra figliain LQ). Le canaglie vi tengono in disparte, è un'evidenza, ma non usano un’arma che ricavano dalla vostra discrezione, ritorcendola contro di voi?

Il vostro corso di cui considerate l'inizio negli anni 80 (vi voglio ancora dire), in cui mancava ancora di titolo poiché la sua serie era corta, adesso ha cambiato statuto.

Conta almeno trenta volumi che hanno cambiato la psicanalisi (almeno quella praticata all’ECF) e merita – non, esige – un’altra forma rispetto a quella che è attualmente dispensata. Questa forma esiste, ma in un’altra lingua rispetto alla nostra, lo spagnolo. La pubblicazione, per ciò che io posso comprendere ignorando la lingua, è curata, la sua forma è curata e sobria, non imita quella che voi avete inventato per il Seminario. Ad aprire il Partner-sintomo, curato da Sylvia Tendlarz, si scopre un arricchimento del sintagma enigmatico che noi abbiamo solamente in francese, dei titoli così forti che evocatori, quali: Che cos’è l’essere lacaniano?; la rivalutazione dell’amore; la ripartizione sessuale; il concetto di godimento – è un fuoco d’artificio la cui assenza rende in proporzione la scena francese più lugubre.

Voi avete senza dubbio delle ottime ragioni per non essere sempre a disposizione (avete scritto che Lacan non è stato un autore sollecitato, e s’intravvede che è così anche per voi) ma non è venuto il tempo che il vostro corso esca finalmente dall’ombra?

RISPOSTA DI JAM: Voi avete ragione: E’ tempo. La domanda si fa più insistente, pressante: Agnès mi ha inviato una mail, incompiuta, sullo stesso tema. Se pubblico ora i miei trenta volumi, sarei conforme ai topos della formula della modestia, seguendo il repertorio di Curtis, che vuole che l’autore si scusi di pubblicare, di fatto lasciando all’Altro questa pecca, la sua domanda, il suo comando.

Il Corriere del 9 settembre 2011

LILIA MAHJOUB. Caro Jacques-Alain, ecco ciò muove tutto ed io assaporo questa vittoria, la vostra, e quella di tutti coloro che vi amano. È divino! Io respiro. L'aria dell'isola del Re è a Parigi. Ed il combattimento continuo. Baci. Lilia

RODOLPHE GERBER. Nell'ultimo anno della sua vita, Lacan era presente con un'intensità di cui nessuna parola mi permette di dire la densità. Mi aveva detto in luglio di venire il 2 settembre.

Gloria mi accolse alla porta con cortesia: "Il Dottor Lacan è ancora in vacanza, ritornate la settimana prossima." Nemmeno l'ombra di un dubbio venne ad annebbiare l’intreccio delle mie speranze; ne custodivo con certezza il filo d’argento: Lacan sarà là come Gloria me l'aveva detto; Gloria che sentivo Lacan chiamare un giorno ad alta voce dal suo studio mentre aveva davanti a lui, sulla sua piccola e bella scrivania, un piatto guarnito di un pezzo di carne ed un bicchiere di vino rosso:" Gloria!è buono!" Il primo paziente del 9 settembre che veniva regolarmente alle 7, mi parlò di una notizia sentita alla radio: un grande psicanalista sarebbe morto; rifiutai a lungo l’evidenza, poi cercai, anni dopo, chi avrebbe potuto rimpiazzare l’insostituibile…

GUILLAUME DARCHY. Lena, tredici anni, rientra dal collegio dove ha appena incominciato l’anno scolastico. Mi domanda: “Jacques Lacan? E’ vivo?” Io: “Si festeggia il 30° anniversario della sua morte.” – “Uffa allora, mi dice, la prof. Di francese ci ha chiesto di citare degli autori contemporanei, e ho scritto Lacan.” Anche in IV 6 (?) al Collegio Carnot di Lille il rientro sarà lacaniano.

DANIELE LACADEE LABRO. Roudinesco in Télérama. Il suo tele-cinguettio merita di essere spennato. Lacan “aveva delle inibizioni nella scrittura, ma sapeva maneggiare il linguaggio con genialità”. Ma no, niente genio, ma logica, e una messa in atto dell’istanza della lettera nell’inconscio. Dove sono le inibizioni? Nemmeno “l’ombra di un maitre à penser”, votato al discorso, ma la necessità che il lettore degli Scritti ci metta del suo. Passo su punti più virulenti di questa intervista.

AURELIE PFAUWADEL. Judith Miller è ben viva – per coloro che sono condotti ad incontrarla nell’ambito del Campo freudiano, nessun bisogno di attendere la giusta collera e l’atto di coraggio di cui ella dà prova nel Le Point di oggi per accorgersene. Rimpiango solo che le giornaliste, Christophe Labbé e Olivia Recasens, disegnino la cartografia del conflitto negli stessi termini che E. Roudinesco utilizza nella sua biografia, per esempio quando mette in parallelo l’IPA e l’AMP, affermando: “Tutti e due hanno come punto comune di essere legittimisti, cioè legalmente e familiarmente depositari di un’immagine ufficiale del movimento, della sua dottrina, della sua pratica.” Questo “legittimismo milleriano” consisterebbe essenzialmente, secondo lei, in un reclutamento dottrinale”. Non si sa dove queste giornaliste siano andate a pescare che, dopo la morte di Lacan, esisterebbero “due correnti che, dopo lo scisma, sono in disputa” la sua eredità intellettuale. Due correnti? Solamente? I milleriani e i “roudineschiani”? Questa rilettura duale della storia del lacanismo dopo trent’anni è stramba.

Il titolo dell’articolo, “La figlia di Lacan entra in guerra”, mette decisamente l’atta dal lato di J. Miller: è lei che dà fuoco alle polveri e provoca a duello E. R. fissando sulla sua bella foto il sorriso sereno della guerriera impegnata. Allora, perché dire che E.R. avrebbe solo per lei un qualsiasi potere di “infiammare il pianeta lacaniano”? Il film ci viene proiettato qui a testa in giù, come in una camera oscura. Judith Miller conserverà non di meno la testa dritta – andando fino in fondo.

YVES VANDERVEKEN. La domanda del momento: “Cosa resta di Lacan?” L’enunciato stesso suggerisce che non ne resterebbero…che dei resti. Questa esplicita tesi è enunciata da una sfera accademico-politico-editoriale, di cui ben si vedono i contorni. Le forme sono senza dubbio diverse e vanno dal sapiente al pietoso e al futile. Non ci sono che due possibilità. O meglio si tratta di uccidere, cancellare qualcosa di cui resta giustamente troppo – sdrammatizzare, finirla con, e tutti i suoi germogli. Dove si ha una cecità che non può spiegarsi che con il fatto di essere – cosa irrilevante – troppo poco in presa diretta con una realtà concreta di presa di campo, direi.

Perché infine, oggi, sono migliaia i praticanti che si appoggiano, che trovano il loro orientamento, a diversi titoli, ogni giorno, in Europa e fuori di essa, nella loro formazione, nella loro clinica, come si dice (e questo in settori ben diversi) sull’insegnamento di Lacan, grazie a colui che ci insegna a leggerlo, Jacques-Alain Miller. Perché essi – confrontati al reale di questa clinica – sanno bene in fondo che è là che troveranno materia per orientarsi in modo autentico. Senza bloccarsi sull’inconciliabile e l’incurabile. Essi sanno – poiché lo provano – la genericità degli orientamenti completamente scollegati dall’umano, la cui sfera d’azione vanta e appoggia l’imposizione. Di tutta quest’aria che ci vendono semplicemente…ne vedono tutti i giorni l’impostura.

Questi praticanti, sono centinaia a testimoniare la loro pratica ed i suoi effetti che interrogano incessantemente. E’ su questo terreno e quello dell’insegnamento di Jacques Lacan e Jacques-Alain Miller che dei concetti vengono lavorati, studiati e rimaneggiati. Ciò che emerge di nuovo, là, in presa diretta con questo reale. Congressi scientifici gremiti. Pubblicazioni, riviste numerose lo testimoniano. Certune si vendono da due a tremila esemplari – e quelli che lavorano nell’ambito dell’editoria sanno cosa significa ciò per una rivista. Oltre a quelli già citati in LQ, due, tre esempi. In lingua francese. Non a caso, ma perché mi ci sono trovato o sono stato implicato direttamente, che dunque posso manifestare a partire da là.

Quarto, (Rivista di psicanalisi pubblicata a Bruxelles) n° 94-95: “Ritorno sulla psicosi ordinaria.”

Quasi 3000 copie vendute. Dei ricercatori, clinici, analisti, psicologi, filosofi, insegnanti, universitari (ivi compreso americani) ecc. interrogano come il concetto di psicosi ordinaria, inventato da Jacques-Alain Miller, a partire dall’ultimo insegnamento di Lacan, fa risuonare un reale della loro domanda. E nell’approfondire reinterrogano il concetto stesso

Dieci anni di lavoro di tutta una comunità di ricerca.

Mental, rivista decisamente internazionale dell’EuroFederazione di Psicoanalisi. Numero 26, “Come la psicoanalisi opera”. Dei praticanti dell’Europa intera testimoniano. Il suo prossimo numero avrà per titolo: “La salute mentale esiste?” Più di 120 interventi, dal mondo intero, fatti al Congresso sullo stesso tema, a Bruxelles! Ecc..

Parafraso Sollers: Delle citazioni come prove!

Concetti

Il Punto interrogativo di Anaëlle Lebovits-Quenehen

“Perché Lacan” (senza punto interrogativo): questo titolo dell’ultimo Diable è ispirato da un titolo di Claude Lanzmann – l’ho detto dalla tribuna del Pullmann Montparnasse martedì sera.

Lanzmann ha l’arte dei titoli che percuotono, ma c’è un’altra cosa: questa cosa, l’ho detta, ma a parte stavolta, a Philippe Sollers, scendendo dalla tribuna. Nominando questo numero 9, mi ispiravo al suo film Pourquoi Israel. Ho capito al Pullmann cosa aveva irresistibilmente orientato la mia scelta quando ho deciso di lanciare il Diable sulle tracce di Lacan, mesi fa: c’è del mio nella cancellazione dei nomi, essa ha una storia, mi conosce bene, se posso dirlo.

Detto questo, e sapendolo – ma rimuovendolo subito per meglio ritrovarlo martedì scorso – non potevo prevedere la forma che la cancellazione di Lacan avrebbe preso trent’anni dopo la sua morte: quella d’un altro nome, un nome al quale coloro che leggono Lacan l’associano, quello di Miller del quale Lacan aveva fatto legalmente, e sotto contratto, il co-autore dei Séminaires. Sicchè, io pure fui sorpreso quando cominciarono le ostilità in questo rientro. Passata la sorpresa tuttavia, c’è una logica che si dipana, implacabile.

Miller – Jacques-Alain suo nome di battesimo – si tiene vicino al reale del quale Lacan si era impegnato a fare l’analisi. Egli è fedele allo spirito che soffia nel suo insegnamento, che commenta e chiarisce da molto tempo. In vita sua, Lacan aveva coscienza che Jacques-Alain Miller comprendeva quale era il problema per lui. E senza dubbio lui era quello meglio piazzato per giudicarne. Ma non è questo l’essenziale. L’essenziale, che si manifesta ed esplode oggi alla luce del sole, sta in questo, che tutti coloro che s’interessano di Lacan sono a conoscenza del ruolo di Jacques-Alain Miller nella trasmissione del suo insegnamento. Tutti, nessuno eccettuato. Quelli che seguono il suo insegnamento e lo leggono nel mondo intero lo sanno, ciò va da sé. Ma quelli che non vogliono saperne nulla dell’ agalma di Miller, lo trascinano nel fango, e lo trattano come una m…(qui si ritrovano i due versanti dell’oggetto a) ne danno conto anche, cancellandolo precisamente. Lo cancellano con tanto più accanimento quelli che sono consapevoli di ciò.

Una domanda frattanto mi rode. Perché quelli che hanno deciso di cancellare Lacan – ed in questo caso, il nome di Miller col quale lo confondono – fanno professione di leggere Lacan, o quanto meno di farlo credere, e forse in primo luogo di farlo credere a sé stessi? Perché passare il proprio tempo a frequentare Lacan se è per levigarlo, lavarlo, ripulirlo? Perché Lacan e non un pensatore più “tranquillo”? I filosofi d’accatto per altro non mancano, né nella storia, né in questo mondo meschino. Perché interessarsi di Lacan che incarna il paradigma dell’originalità, se in fin dei conti è per farne un originale come un altro? A questa domanda che si formula, non vedo che una risposta. Essa mi viene da una analogia che faccio tra gli specialisti di Lacan che decisamente ignorano Lacan, per meglio far sparire il reale ch’egli avvicina, e quei filosofi che Pascal stigmatizzava come consumatori delle loro giornate nella filosofia col preciso scopo di non pensare.

Un consiglio a quelli che sono sempre in anticipo sui loro stessi escrementi (prendo questa espressione da Chamfort), un consiglio agli amanti della m…che odiano M. : impiegate voi stessi alla caccia del reale, accanitevici, vedrete, resiste – è la sua struttura. Questa lezione, la prendo da Lacan himself.

LACAN QUOTIDIEN Anne Poumellec, editrice

Pubblicato in linea dall’Editore Navarin Eve Miller-Rose, presidente

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