17 de septiembre de 2011

SLP-Corriere: LQ N. 8 ( italiano)


N. 08

«Il rientro sarà lacaniano anche a Belmopan.» Patachón Valdés

________________________________________________________________________________________

LACAN QUOTIDIEN

______________________-

Speciale Sollers:

L’OUBLIRE*

“Non mi sarei perso un seminario per niente al mondo”

“Lacan, personaggio eminentemente romanzesco”

“La lingua dei Seminari, è Miller

[* Neologismo composto dal verbo oublier (dimenticare) e lire (leggere). Lu:letto]

MARTEDI’ 30 AGOSTO 2011 h.23, 17 (GMT+1)

Philippe Sollers

IL CORPO ESCE DALLA VOCE

Conversazione raccolta da Adrian Price e Guillaume Roy

Lacan Quotidien ringrazia Philippe Sollers per aver accolto favorevolmente la richiesta che Jacques- Alain Miller gli ha rivolto via mail ieri mattina in accordo con Anaelle Lebovits-Quenehen, direttrice del Diable probablement.

Speravamo proprio di riuscire a dare in anteprima ai nostri lettori il testo dell’importante incontro concesso dal grande scrittore a due giovani collaboratori della rivista, Adrian Price, Britannico e il Bordolese Guillaume Roy.

E’ significativa la presenza di Sollers nelle pagine di Lacan Quotidien nel momento in cui la marmaglia non-mediatica si ribella contro gli eccessi e le turpitudini del regime della Regina, dei piccoli marchesi che la circondano, dei valletti che la servono. - Lacan Quotidien

Adrian Price: In Lacan meme ci sono delle interviste da lei rilasciate nel 2001 in occasione del ventennale della morte di Lacan. E’ cambiato il suo rapporto con Lacan in questi dieci anni?

Philippe Sollers: Dicendo che Lacan è morto, che cosa si dice? Qualcosa di assolutamente verificabile. Ma questo dice qualcosa della sua opera? Perché in effetti la morte convalida o invalida l’opera. L’effetto prodotto da Lacan era imperiosamente sciamanico, bisognava essere presenti ai suoi seminari per vederlo. Quando Lacan era in piena forma – cosa che non è sempre evidente nel testo stabilito – era di un umorismo straordinario, con una nota di anarchismo fervente, come padre Ubu. La versione di Jacques-Alain Miller è fondamentale. Per meglio dire, la lingua lacaniana dei seminari è – grazie a dio! – Miller. Fortunatamente non ci si è limitati a decrittare le centinaia di registratori che erano là, incaricati di raccogliere la sua parola e che una volta ho paragonato a tutte quelle stampelle che si vedono a Lourdes.

Guillaume Roy: come riesce ad afferrare la scrittura di Lacan?

Philippe Sollers: Questo è il problema del rapporto che c’era tra la parola di Lacan e la sua scrittura. Ho già insistito molto su questo e penso che sia essenziale per capire fino a che punto ci si allontana dall’effetto teatrale prodotto da Lacan. Per questo sono necessari dei testimoni. A volte sollecito persone che l’hanno conosciuto di persona e sento come una reticenza ad essere naturali con la parola di Lacan. Lei ha citato Lacan meme, occorre che chiarisca alcune cose su questo libretto. Andavo a prendere Lacan, cenavamo insieme a La Calèche e la conversazione era appassionante perché era uno che non parlava mai per non dire niente. Lacan entra in contatto con me a partire da un libro: Drame. Si accorge – probabilmente a partire da un certo numero di interviste rilasciate alla stampa – che mi interesso, per prima cosa e sempre di più, al linguaggio. Quello che mi colpisce subito è che mi chiede che cosa sto preparando per la mia tesi. Io non sto preparando una tesi, non sono all’università; allora mi propone di venire a parlare al suo Seminario – cosa che rifiuto subito. Non m’interessa, in quel momento non mi sento disposto a parlare nel Seminario di Lacan che ancora non frequento – ma che da quel momento comincerò a frequentare.

A. P. : Che cosa la interessava in quel momento?

Ph. S. : Io mi interesso di letteratura. Il mio progetto – e quello della rivista che animavo, Tel Quel, - è stato sempre quello di interrogare i pensatori della nostra epoca, convinti come eravamo che la letteratura pensi al di là di ciò che essi pensano. E così andavamo a chiedere a Foucault, Derrida, Barthes – che erano i più favorevoli a questa impresa – “Che cosa pensa della letteratura? E che cosa pensate che essa possa pensare?”

G. R. : L'ha chiesto anche a Lacan?

Ph. S. : Immediatamente, perché lui si sentiva interpellato da questa questione. Il Seminario che Lacan consacra a Joyce è un seminario tardivo, che corrisponde al momento in cui Lacan e il suo gioco con il linguaggio, s’imbattono in quell’opera massiccia che è Finnegans Wake. Ma questo ha una conseguenza. Lei sa bene che lo stesso Jacques-Alain Miller fa riferimento a Valéry quando evoca il mio caso nella sua postfazione a Lacan meme. In un altro testo fa un parallelo, ancora più sottile, tra Montherlant e me. Si potrebbe attaccare su tutti i fronti: non ci sono solo Sade e Joyce. Ci potrebbe essere Céline, oggi stesso, davvero potrebbe.

A.P.: Che cosa le è rimasto del Seminario?

Ph. S.: la cosa più importante è il corpo di Lacan mentre parla. Sarebbe stato formidabile avere un documento video del Seminario per far sentire che è il corpo che esce dalla voce e non il contrario. La grande importanza della sua localizzazione fisica getta una luce sul modo in cui egli poteva ascoltare o intervenire durante le sedute.

G.R. : Con quale frequenza partecipava al seminario?

Ph. S.: tutti i martedì. Non mi sarei perso un seminario per niente al mondo. Dalle altre parti i filosofi leggevano il loro testo e vi regnava una sorta di rassegnazione, di morte politica. Dalle altre parti c’era il discorso magistrale precedentemente scritto. La specificità di Lacan, il suo apporto più fondamentale, era il suo modo di pensare parlando.

A. P.: Ascoltava e prendeva appunti?

Ph. S.: Mai. La gente ricopiava tutto. Che errore! Io ascoltavo attentamente, che è una cosa del tutto diversa.

A. P.: Lei era lì come ascoltatore ma anche come spettatore.

Ph. S.: Osservavo. Osservavo il fatto che non si capiva.

G.R.: Le capita di rileggere Lacan?

Ph.S.: ogni tanto rileggo gli Scritti. Riprendo in mano il “Discorso di Roma” che è molto bello, soprattutto la fine, con il blasone e quando Lacan fa riferimento al sanscrito, con tutte le conseguenze che questo testo ha avuto. È meraviglioso! Per ciò che concerne i seminari – riprenderò dopo questo punto – è un peccato che non possiate vederli. Si sarebbe potuto filmare anche la sua cacciata dall’Ecole normale supérieure. Vi parlo di tecniche di registrazione ma in fondo si tratta di politica. Perché se Lacan è stato cacciato dall’Ecole normale supérieure è perché c’erano persone di potere (Althusser e Derrida, ma anche il direttore dell’ENS) che vedevano molto di cattivo occhio tutta quell’agitazione attorno a Lacan.

G.R.: Che cosa sarebbe cambiato sul piano politico?

Ph. S.: non lo so. In cambio, quello che so è che tutti muoiono all’inizio degli anni ’80: Barthes, Lacan, un po’ più tardi Foucault. Mi ricordo di una serata in cui si accoglieva l’elezione di Mitterand con totale benevolenza. Mi sono ritrovato con persone di sinistra e quella sera ho detto loro che vendevano Lacan per un piatto di lenticchie. Politicamente non era di destra ma non si sarebbe mai messo in questa storia dell’ “abbiamo vinto!”. Chi vi entrava vendeva Lacan, nel senso che Lacan non credeva nel sociale in quanto tale. Lacan non era un uomo da raggruppamento. Ha avuto bisogno di una Scuola senza la quale ci sarebbe stato l’isolamento, la completa marginalizzazione. Ma se si ascolta Lacan, non c’è ragione di avere la minima illusione sociale. Da qui il suo umorismo, a volte nero.

A.P.: Da che cosa dipendeva secondo lei?

Ph.S.: non si possono presentificare delle cose così imbarazzanti come la differenza dei sessi o la castrazione credendo che lo si possa superare in non si sa quale gruppo. Bisognava esserci quando, all’improvviso, giungeva il pubblico assolutamente eterogeneo dei Seminari e il brivido provocato dalle frasi di Lacan: “la donna non esiste” – sperimentatelo, provate a dirlo… Accidenti! Mettiamolo al plurale, da cui il mio titolo Femmes. “la donna non è tutta”; dice che non esiste, poi che non è nemmeno tutta. O ancora: “Non c’è Rapporto sessuale”, frase rimaneggiata da tutti fino a trasformarla in uno starnuto, senza capire che si tratta di un rapporto nel senso matematico del termine. O ancora: “Dio è inconscio”, che rappresenta uno spostamento rispetto al “Dio è morto”. Sono degli aforismi capitali di Lacan. Li lanciava così, provocando ogni volta una piccola particolare emozione nel pubblico.

Credo che l’effetto analitico, se è davvero reale, debba produrre un qualche disturbo. E anche Lacan, che vita… audace! Lacan era un personaggio eminentemente romanzesco. Aveva uno spessore di comportamento, dei mazzi di chiavi per diverse serrature, un particolare modo di fare con l’esistenza, per esempio quella di prendere un taxi per fare cento metri. Mille cose sorprendenti che provano come egli fosse abitato dalla propria cogitazione. Di giorno e di notte. Lacan era interessante perché andava a inciampare sulla necessità di condurre la parola alla parola in quanto parola.

Che cosa aveva incuriosito Lacan in Drame? Era questo: io riconducevo la scrittura alla scrittura in quanto scrittura. Gli avevo inviato anche Lois, uno dei miei libri, un'effervescenza di linguaggio particolarmente intensa. Era il momento in cui lavoravo molto su Joyce. L'aveva ricevuto con sorpresa. Lacan era una persona molto colta. Estremamente colta: “lo stile è l'uomo stesso”.

A.P.: Seguendo il suo ragionamento, alla nostra generazione che conosce Lacan solo attraverso le sue tracce scritte, sfugge una parte del suo stile e dell'uomo.

Ph. S.: Lo stile. Restiamo un po' su questa parola. Lacan era una persona di grande stile. Un grande borghese con uno stile aristocratico, costretto a vivere in mezzo alla classe media. Per questo era reazionario? No, al contrario. Ma ora avete a che fare con quella che Nietzsche chiamava la plebe alta e la plebe bassa. Lo scarto si è considerevolmente ampliato.

A.P.: Le manca Lacan?

Ph. S.: No, niente affatto. Sarebbe interessante avere una seduta del Seminario di Lacan oggi. Ballerebbe su questioni d’attualità: la crisi finanziaria, Sarkozy, Sade, il Giappone, Bin Laden, Strauss-Kahn… Inventerebbe ogni volta qualcosa sulla situazione. Non è Lacan che mi manca, sono dei corpi che abbiano lo stesso tipo di insolenza, di libertà, vale a dire la grandeur di Lacan relativamente al suo funzionamento fisico. Vi è una sorta di separazione tra la parola e lo scritto in Lacan. Il fatto che vi sia stato lì un certo imbarazzo attira l’attenzione. Era un grandissimo improvvisatore della parola, ma un po’ bloccato sulla scrittura.

G. R.: Si può anche ritenere che si trattasse di un imbarazzo voluto. La scelta di rendere la propria lettura difficile, con l’idea che questo richieda uno sforzo particolare al lettore per entrare nella sua opera. Mi fa pensare al consiglio che dà a quanti lavorano con i pazienti psicotici: “Non comprendete!”.

Ph. S.: Qui parla come Joseph de Maistre, che io adoro, che dice: “Quelli che non comprendono niente comprendono meglio di quelli che comprendono male”. È alta metafisica! Quanto lei dice sarebbe probante in un’epoca in cui le persone saprebbero leggere. Ma non si legge più. O non ci si ricorda più necessariamente, quando si legge. Ho inventato un termine per questo, il verbo oblileggere. Sono obbligato a dire spesso: “mi ha obliletto”. Quanto vi dico è il risultato di ricerche quotidiane e credo che oggi la posta in gioco stia proprio in questo.

G. R.: Ma le librerie sono piene!

Ph. S.: Parlo dell’esperienza concreta che consiste nel sapere quello che è stato letto, per davvero. Come dice Boileau: “Quello che si concepisce bene si enuncia chiaramente e le parole per dirlo arrivano facilmente”. Avete letto come Boileau faccia la conclusione di Televisione con un passaggio oscuro sulla castrazione annotato in questo modo: “…. un jars (v. jargon) sempre mangia il sesso”. Ah, Lacan! Eh sì! Non basta leggere, si deve intendere quello che si legge. Succede qualcosa che ha effetti sulla psicoanalisi stessa. È una difficoltà nuova, o che si mostra in quanto tale: l’oblileggere. La questione che si pone per gli analisti e per l’eventuale sopravvivenza della psicoanalisi – a meno che non diventi una Chiesa, un’agenzia umanitaria – è: chi ha letto molto oppure no? È una questione eminentemente politica. L’epoca di Lacan è stata assolutamente appassionante dal punto di vista delle questioni esistenziali, delle questioni di pensiero, delle questioni politiche. Di un discorso che non sarebbe del sembiante, scritto sulla lavagna da Lacan. È un bellissimo titolo. È quello che tento di fare [Philippe Sollers mostra uno dei suoi ultimi libri, il cui titolo è Discorso perfetto]. Nella società dello spettacolo è rarissimo. A questo riguardo, consiglio di leggere il Parmenide di Heidegger che è appena stato tradotto in francese.

A. P.: Che cosa dice che ha attirato la sua attenzione?

Ph. S.: È un capolavoro riguardo alla verità, l’alétheia, di cui Heidegger dice in modo molto avvincente – il che non è stato molto ripreso altrove – che è una dea. Non è la dea della Verità ma la dea-Verità in quanto tale. Parmenide, trascinato dalle giumente, arriva dalla dea-Verità. Non è Atteone che vede Artemide. È colui che si smarca dai sentieri battuti, portato dal suo desiderio, e che arriva dalla dea-Verità in quanto tale, che l’accoglie molto benevolmente: “è gentile, da parte sua, essere venuto a trovarmi”. Non siamo, quindi, nell’episodio tragico: “Io, la Verità, parlo”. Che cosa impedisce la verità? Il fatto che non sia pensata come si deve. È quello che fa Heidegger. È il primo e l’unico. Mi ha quindi divertito chiedermi quello che i filosofi avevano fatto oppure no con Heidegger, ivi compreso Lacan, perché si era avvicinato a lui. E si deve dire che né gli uni né gli altri hanno fatto granché. Lo si può dimostrare sulla lavagna. I seminari e le conferenze di Heidegger su Nietzche non sono stati letti. Attenzione, non me ne sto lavando le mani, della domanda: “cos’è la verità?”.

G. R.: La psicoanalisi, oggi regolarmente attaccata, è diventata una posta in gioco politica. Perché lei la difende?

Ph. S.: Rileggete Clausewitz. La vera guerra è sempre difensiva. Lacan era molto stratega, e portava avanti una guerra difensiva per non essere marginalizzato né eliminato. Aveva tutti addosso: i filosofi, i proprietari dell’École normale, l’Internazionale. Io c’ero quando è stato mandato via dall’ École normale supérieure. Lacan era solo. Io c’ero, portavo le sue valige. Lacan tentava di allertare la stampa su questa espulsione. Solo una persona ci ha ricevuto, era stata sul suo lettino: Françoise Giroud. Lacan ha fatto il suo numero di seduzione e ha ottenuto un articolo. Vi parlo di questo, sembra di poco conto, ma è molto.

A. P.: Crede di aver contato per lui in questa guerra?

Ph. S.: Non ho mai smesso di prendere posizione. Di mia spontanea iniziativa, ho fatto quello che si doveva fare. Lacan non mi ha dato nessun compito particolare da svolgere, poiché non era fatto così. Lasciava fare. Un’iniziativa, ebbene: “Complimenti!”. Era imbarazzato come Gulliver tra i Lillipuziani. Si dovevano tagliare alcuni fili, è tutto. Per concludere, direi che si deve sempre partire dal disturbo che qualcuno provoca. Credo che si sbagli ogni volta che s’interpreta un personaggio che disturba come se fosse benvenuto, e che si dovesse solo prendere atto di quello che ha fatto come se niente fosse, perché non è vero. Ecco. ♠♠♠

lacan quotidien

Pubblicato da navarin éditeur

PRESIDENTE: eve miller-rose eve.navarin@gmail.com

EDITRICE anne poumellec annedg@wanadoo.fr

**************


Gioco di pista con Philippe Sollers

Alle 18.40 di questa sera, apro una mail che mi giunge “da parte di Philippe Sollers”. La segretaria de L’Infini, Anne Vijoux, mi scrive: “Philippe Sollers mi chiede di trasmetterle questo messaggio: le suggerisce di leggere da pagina 141 a pagina 146 del suo Discours Parfait.” Rispondo subito: “Ringrazi PS per questo riferimento e gli dica che la mia copia del Discours Parfait è a Parigi, ma ne andrò a cercare un’altra sull’isola”.

Lilia ed io chiamiamo subito le poche librerie dell’isola: nessuna ha il libro dello scrittore di Ré! Che vergogna! Lilia mi dice di chiamare Anne a Parigi, parente e amica dell’editore Tschann. Neppure Tschann ne ha una. Non sarà mica un complotto! Finalmente, la Hune dice che sì, che ne ha una copia. Uahu! Come fare? Lilia dice: che Anne faxi le pagine all’Hôtel du Chat botté. Sì, ma deve essere prima delle 21.00, poiché dopo il fax è chiuso.

Lilia, suo marito JM ed io siamo a tavola alla Cabane de la Patache, dove interroghiamo il padrone sui guardiacoste e i guardiacostoni (qui JAM gioca con i termini patache e patachon; in francese patachon si usa solo nella locuzione mener une vie de patachon, far la vita di Michelaccio, nel senso di spassarsela, NdT), per ricostituire la vita della bisnonna del nostro amico Valdés, quando, alle 20.30, riceviamo un SMS da Anne: “Il fax è partito”. L’Hôtel conferma che è arrivato.

Con un colpo di volante, JM ci conduce a Saint Clément des Baleines, scende dall’auto, prende il fax, risale a bordo, e, con un altro colpo di volante, mi porta alle Portes. Eccomi qui seduto alla mia scrivania, che lascerò domani per quella di Michèle Manceaux ad Ars. Di che si tratta? Di un testo, piccolo di formato, grande per il resto, su Baltasar Graciàn. L’ho letto, lo conosco, l’ho letto meno di un altro testo sui Gesuiti, che si trova nella Logique de l’Infini, credo. Cosa vuol significarmi Sollers con questo maneggio?

Prima ipotesi che mi viene in mente. Sollers avrà letto in LQ che Bassols trovava qualcosa di gracianesco nella mia Vita di Lacan, e desidera evitarmi di cadere nel peccato d’orgoglio. Mi manifesta che Graciàn, lui lo conosce, che non ha atteso né Bassols né me per preoccuparsene, chegracianesco lo è lui stesso e, oltre a questo, giacché è Joyce, Céline, Lautréamont, Nietzche, ecc…, che nessuno conosce meglio di lui la Bibbia, nessuno scruta così in profondità i Veda, la saggezza cinese non ha miglior turiferario, gli gnostici hanno in lui un fratello, ecc. È la sua vena: “Ne so di più di chiunque altro, ho letto tutti i libri e, inoltre, la carne è vispa.” Sollers 1, Mallarmé 0.”

Se Lacan è un personaggio da romanzo, il che, in definitiva, è abbastanza banale – chi non lo è? Vi chiedo – Sollers è lo Shakespeare di Borges: è tutti gli uomini, anche le donne d’altronde, e, in particolare, tutti gli scrittori. Ha eccelso nello stile “bordolese-smaliziato” (Une curieuse solitude), è stato più Robbe-Grillet di quanto Robbe sia mai stato grillé, ha avuto il suo periodo Lacan: sono più furbo di chiunque altro perché, su ogni questione, io do un giro di dado supplementare che nessuno pensa di dare, poi il giro di dado del giro di dado, e finisco per stringere talmente il garrese che gli occhi del paziente escono dalle orbite e finiscono per saltare, e cadono al suolo, come quelli di Edipo.

Seconda ipotesi: vi è, nascosto nel testo, un messaggio che mi è indirizzato, a me Jacques-Alain, in particolare. Perché no? Se è il caso, cosa sarebbe? Questa citazione, per esempio (Sollers cita meravigliosamente, sempre, è il suo lato Zelig, come Lacan: dispone di un soggetto dell’enunciazione estremamente plastico, a tal punto che tutto quello che cita diventa Sollers’ Text). Potrebbe essere questo, citato a pagina 143 e 144: “Lo stile è laconico, e così divinamente oracolare che, come le scritture più sacre, persino nella sua punteggiatura, racchiude dei misteri.” È Nietzche su Graciàn, potrebbe essere Sollers su Lacan, il Lacan degli Scritti e degli Autres écrits, se il professor Sollers non avesse deciso che Lacan scriveva male. Male rispetto a chi? A cosa? Al lato grafomane del XVIII secolo, forse, che anche Sollers possiede. Che lavata di capo mi prenderò! – poiché s’indegna già del fatto che io evochi Valéry e Montherlant a suo proposito – mentre la sua prima rivista si chiamava Tel Quel e di storie di letto con donnine spagnole Montherlant ne è pieno (La Petite Infante de Castille). Anche se sono dei piccoli spagnoli travestiti. Lo considero convenuto: Sollers è incomparabile; quindi paragonarlo è sempre una sciocchezza. Non si paragona neppure a se stesso, da cui differisce sempre incessantemente. Con lui si resta sempre a bocca asciutta, si ha un treno di ritardo. Come diceva Derrida di Husserl: “Il ritardo qui è l’assoluto filosofico.” Ebbene, è anche l’assoluto per il lettore e il cultore di Sollers. C’è una sola soluzione: tacere. Ammirare, ma tacendo. Portare alle stelle, ma senza fare il furbo, poiché lui è più furbo. È l’assoluto sollersiano.

Terza ipotesi. Me l’ha data a bere, e io l’ho bevuta, e ho fatto bere con me Lilia, e JM, e Anne. “Non attendete niente da un volto triste.”. È Graciàn, è Sollers, è Lacan Quotidien. ** 0.45, nella notte dal 29 al 30 agosto. .


Traduzione: Adele Succetti, Giuliana Zani

Revisione: Maurizio Mazzotti, Alide Tassinari

__,_._,___